Marco Ventura

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Bello sapere che anche Salvatore Girone, dopo Massimiliano Latorre, torna in Italia con il consenso della Corte suprema indiana che non ci aveva mai dato soddisfazione. È il risultato di un lungo ed estenuante lavoro politico-diplomatico e di un braccio di ferro giudiziario che si è sbloccato solo quando l’Italia ha finalmente imboccato la strada giusta: quella dell’arbitrato internazionale.

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Gli errori: la telefonata
In precedenza, però, i Marò hanno scontato un errore dopo l’altro. Una serie imbarazzante di passi falsi e visioni insufficienti. Poco si è detto e scritto, per esempio, del peccato originale, quando in Italia arriva la telefonata dalla Enrico Lexie con la quale i nostri fucilieri di Marina chiedono l’autorizzazione a rientrare in porto: il mercantile stava già navigando in acque internazionali verso nuovi scali, lasciandosi alle spalle l’incidente del peschereccio che si era avvicinato troppo e i Marò avevano dovuto aprire il fuoco uccidendo due pescatori, il 15 febbraio 2012. Quattro giorni dopo, il 19, Latorre e Girone vengono arrestati nel Kerala, uno degli Stati della federazione indiana.

È sempre rimasto un giallo quella telefonata dalla “Enrica Lexie” alla quale non si diede risposta, o non si diede “adeguata” risposta (stava anche cambiando il governo e subentrava Monti a Berlusconi, c’era un vuoto di potere alla Difesa come alla Farnesina). E quando a prendere la decisione furono armatore e comandante della nave, sull’interesse generale inesorabilmente prevalse quello particolare. E i nostri Marò finirono in ceppi.

La sottovalutazione dell'India
Poi vi furono altri peccati. Il primo, quello di considerare l’India un paese di seconda schiera, che si potesse trattare con la supponenza occidentale di vecchio stampo coloniale. Una dimostrazione d’ignoranza storica, politica e diplomatica che avremmo scontato per anni, duramente. Gli indiani ci hanno fatto soffrire.

Fin dall’inizio hanno caricato la vicenda di significati nazionalistici. Prima, del Kerala contro Delhi. Poi, a Delhi contro di noi. Addirittura, contro “l’italiana” a capo del Partito del Congresso allora al potere: Sonia Gandhi. Si diceva, in India, che lei ci avrebbe favoriti, che avrebbe sacrificato le famiglie dei pescatori uccisi al richiamo delle sue origini. E invece. Proprio il suo imprinting italiano avrebbe pesato sulle decisioni del governo di Delhi, assunte sistematicamente contro di noi.

La crisi di governo sfiorata
Si tentò di risolvere diplomaticamente il caso. Tutto inutile. Presi dalla disperazione, si arrivò col ministro degli Esteri Giulio Terzi a violare la promessa del nostro ambasciatore in India sul rientro di Latorre e Girone dopo un permesso per votare in Italia. Ne scaturì quasi una crisi di governo con le dimissioni di Terzi precedute da drammatiche riunioni del gabinetto di crisi a Palazzo Chigi.

L'arbitrato di Bonino
Poi arrivò Emma Bonino, che col suo staff intuì la strada giusta, grazie alla predisposizione tutta “radicale” al rispetto delle regole. Basta inciuci inutili con la diplomazia “amica” che a Delhi aveva dimostrato di contare poco o nulla. La decisione fu quella di avviare la richiesta di arbitrato davanti alla Corte dell’Aja. Ma la Bonino si dimise (col governo Letta) e si perse ancora tempo con l’ingresso alla Farnesina di Federica Mogherini.

Nel frattempo, i rapporti tra Difesa ed Esteri avevano attraversato fasi alterne di scontri e dissidi intestini, fino alla decisione di Letta e poi di Renzi di accentrare la strategia sui Marò a Palazzo Chigi. Con Paolo Gentiloni che succede alla Mogherini (diventata Lady Pesc), si riprendono con determinazione in mano le carte della causa all’Aja. E quella si rivela la scelta giusta, ancorché tardiva. A Delhi è pure cambiato il contesto politico. Sonia Gandhi ha perso elezioni e potere. È subentrato un governo nazionalista, che ha le mani libere per trattare. Fino alla decisione di ieri della Corte Suprema: rientro immediato di Girone (Latorre era già in Italia per cure dopo un ictus).

I Marò avrebbero dovuto esser liberati subito, anzi non avrebbero dovuto essere arrestati. Perché erano militari in servizio anti-pirateria secondo le regole dell’ONU e l’area in cui operavano era fuori dalle strette acque territoriali indiane (nella contigua area d’influenza economica, entro le 200 miglia marine). Chi porta l’uniforme dev’essere giudicato in patria. La loro prigionia, prima in carcere poi all’Ambasciata e in generale entro i confini dell’India, con obbligo di firma, è stata un’umiliazione costante, quotidiana, per l’Italia e per i nostri militari. È stata anche la dimostrazione che contiamo, sulla scena del mondo, come il due di picche. 

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