Il caso Bottaro: perché lascia un dilemma morale

Ciascuno può scegliere fra le cure proposte ma appartiene a un orizzonte oscurantista perdere la vita per avere abbracciato una superstizione

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Una foto di Eleonora Bottaro tratta da Facebook - Padova, 2 Settembre 2016 – Credits: Ansa/facebook

Marco Ventura

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Si devono poter imporre le cure per salvare una vita? Soprattutto, si può consentire ai genitori di scegliere come curare la propria figlia malata di leucemia non essendo d’accordo con le terapie prescritte dai medici?

La domanda è tragica, come dimostra la vicenda di Eleonora Bottaro morta il 29 agosto 2016, pochi giorni dopo avere compiuto 18 anni, e dopo mesi di braccio di ferro tra il padre e gli onco-ematologi pediatrici dell’ospedale di Padova.

In mezzo, il comitato etico della Asl padovana e il Tribunale dei minori, che a un certo punto ha tolto la patria potestà ai genitori. Ma loro sono andati fino in Svizzera, dove Eleonora è stata inutilmente curata con il cortisone. È tornata in Italia solo per morire.

Accusati di omicidio colposo per avere determinato la scelta della figlia di non sottoporsi a una chemioterapia indicata come necessaria per guarire, Lino e Rita, papà e mamma, l’altro giorno sono stati scagionati, leggo, perché Eleonora era una “giovane adulta”, in quel limbo tra la minore e la maggiore età in cui si è già padroni di se stessi, quindi in grado di rifiutare una cura per un’altra. La chemioterapia per il cortisone.

Una storia che turba

C’è qualcosa però che mi turba nel profondo, perché i medici di Padova sono convinti che con la chemio, da quel tipo di leucemia quel tipo di paziente possa guarire. Basta volerlo.

Ho letto quello che in un anno si è scritto su questo caso nei giornali. La tenacia dei medici e quella, di segno contrario, dei genitori. Le dichiarazioni dei medici svizzeri che precisavano di avere somministrato cortisone, non vitamina C, e dicevano di provare rabbia perché sembrava che Eleonora stesse guarendo. E quelle del direttore di Oncoematologia pediatrica di Padova, Giuseppe Basso: “La malattia di questa ragazza era assolutamente curabile. Quindi io dico, cominciamo ad avvalerci di professionisti in grado di capire se le persone possono realmente decidere per il loro bene”.

Ho anche letto che il parroco ha riconosciuto ai genitori di avere fatto tutto quello che potevano per curare la figlia. E che il padre non è voluto andare al funerale. Forse, azzardo, per il troppo clamore. Ho letto che durante la lettura della sentenza i genitori si stringevano la mano e alla fine si sono abbracciati. Ho letto che seguivano le teorie del dottor Hamer, per il quale anche malattie come la leucemia sono frutto di traumi psichici e come tali vanno curate, con rimedi naturali (e perciò è stato radiato dall’Ordine dei medici).

Il dilemma morale

Sento in tutta questa storia un odore fortissimo di Medioevo. Di ignoranza. Di follia ideologica. Di anti-scienza e rifiuto della verità. Eleonora stessa era convinta, a quanto pare, di essersi ammalata come conseguenza dello stress dopo la morte per aneurisma del fratello 22enne.

Le cronache dei giornali non potranno mai restituirci il dilemma morale, la tragicità delle scelte, la responsabilità gigantesca vissuta dai protagonisti di questa storia: una corsa contro il tempo tra la medicina e la superstizione, tra la vita e il diritto, tra la pervicacia di genitori privi degli strumenti per capire cosa fosse meglio per la propria figlia in pericolo di vita, e medici dalle mani legate. Legate non solo dall’ignoranza e dalla determinazione della famiglia, ma anche dai limiti della legge e dai tempi della burocrazia.

È un principio liberale che ciascuno possa scegliere fra le cure proposte, o anche rifiutare una cura, ma appartiene a un orizzonte oscurantista l’idea che volendo salvare una vita, la si possa perdere per avere abbracciato una superstizione.

Cosa ci resta

Che fare, dunque? Eleonora non era maggiorenne quando si è curata con il cortisone. I genitori per la legge sono innocenti. Lino e Rita sono soltanto una coppia disgraziata, che ha perso entrambi i figli.

Adesso non voglio sapere (né posso immaginare) quale tsunami abbia attraversato la loro mente il giorno della morte di Eleonora. Ma mi auguro che la loro vicenda sia di monito per tutti. Perché le parole sono azioni. E una parola sbagliata può pregiudicare tutto: la felicità, il futuro. La vita di un figlio.

I genitori di Eleonora sono innocenti. Ma noi no. Noi siamo condannati a riflettere.

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