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Angela Merkel, luci e ombre sul successo alle prossime elezioni

I sondaggi le danno il 55% dei consensi ma la strada è in salita: onesta e capace, sconta l'opacità su immigrazione, austerità e Russia

Angela_merkel

Marco Ventura

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Per una donna come Angela Merkel, che è stata vice-portavoce dell’ultimo governo della Germania dell’Est e ha vissuto la giovinezza fino agli anni della maturità e dei primi passi in politica dalla parte sbagliata del Muro, è quasi un segno del destino ritrovarsi a rappresentare il Muro dell’ordine liberale dell’Occidente di fronte all’onda montante dei populismi europei e al trionfo di Donald Trump negli Stati Uniti.

Accettando la candidatura per il suo quarto mandato da Cancelliere, la Merkel si prepara a eguagliare il primato di Helmut Kohl, 16 anni al comando. Certo, la strada per lei resta in salita. I sondaggi le attribuiscono un 55 per cento di consensi ma si sa, i sondaggi possono sbagliare e la campagna è lunga. Prima delle politiche tedesche dell’autunno 2017, ci saranno le presidenziali in Francia e Marine Le Pen potrebbe insediarsi all’Eliseo.

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In Germania, da un lato la CDU di Angela è in rotta sulle politiche dell’immigrazione con lo storico alleato bavarese, la CSU (infatti il Cancelliere ha innescato la retromarcia rispetto alle braccia aperte dell’anno scorso). Dall’altro, preme quella che ormai è la terza forza politica tedesca: "Alternativa per la Germania", anti-sistema e anti-immigrati. E se in Italia lo spettro politico è caratterizzato dalla sfida grillina all’establishment, con tutte le incertezze che ne conseguono, nei Paesi dell’Est prevalgono sentimenti di chiusura verso i flussi migratori, e di riscoperta delle radici identitarie europee nel segno dei muri e del filo spinato. Atteggiamenti che vanno più intercettati e compresi, che dileggiati e liquidati con retoriche petizioni di principio sui grandi valori.  

Peccato che pur essendo un politico onesto e capace, la Merkel non sia un leader carismatico. L’unica sua singolarità distintiva sembra essere quella strana abitudine di mettere le mani a forma di rombo. L’unico vero punto a suo favore (oltre alla ricchezza e al dinamismo della Germania, fortissima grazie alla riforma del welfare realizzata ormai tanti anni fa da Schroeder) è quello di non poter essere assimilata alla casta di amministratori pubblici profittatori e disonesti se non corrotti. Chi abbia visto la foto di Angela sui rotocalchi che fa la spesa dal macellaio al mercato sotto casa, senza scorta, capisce che non sarà il movimentismo anti-casta a detronizzarla.

Piuttosto, pesa l’handicap di un’opacità altalenante sulle politiche sull’immigrazione, sull’Euro, sull’austerità e sulla Russia. L’insistenza con la quale ha tenuto fermo il principio del rigore, del rispetto del bilancio, dell’austerità a ogni costo di fronte a un’economia devastata dalla crisi e bisognosa di strategie espansive, può addirittura aver favorito la rivolta populista, alimentando l’antipatia verso l’Euro e pulsioni centripete di uscita dall’Unione.

Non c’è, nelle parole della Merkel, il calore di un messaggio identitario nazionale o europeo, la credibile riproposizione dei valori liberali in una società che cambia giorno per giorno. I cittadini europei, specie i giovani, si trovano oggi a fronteggiare un mondo confuso e minaccioso. Denso di pericoli.

Eppure, nelle stanze della burocrazia di Bruxelles monopolizzate dalla regola tedesca, si continuano a scrivere leggi anacronistiche. La Gran Bretagna va via. Il Gruppo dei 4 (Polonia, Cechia, Slovacchia e Ungheria) porta avanti una strategia molto diversa da quella di Germania, Francia e Italia. E presto anche in Francia e in Italia potrebbe prevalere l’ondata di antipolitica, demagogia e dilettantismo.

I paesi dell’Eurozona sono sempre più spaccati e distanti tra loro. E l’America non rappresenta più lo scoglio al quale aggrapparsi, perché non con Donald Trump, ma già con Obama c’è stato il cambio di rotta. Che cos’altro significava il progetto di “stay behind” (sostenere dalle retrovie) di Obama? L’Europa oggi conta meno dell’Asia agli occhi americani, e l’Atlantico (e l’Alleanza atlantica) meno del Pacifico. Così l’Europa dovrà cavarsela da sola. Non sarà la Merkel a salvarci, purtroppo e anzi. Ma chi altri potrebbe farlo se non lei?

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