Una mamma torinese: ridatemi i miei figli
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Una mamma torinese: ridatemi i miei figli
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Una mamma torinese: ridatemi i miei figli

Una separazione conflittuale con denunce reciproche tra moglie e marito. Il Tribunale dei minori affida i piccoli a una casa-famiglia. Così una madre da sei mesi non vede i suoi tre bimbi di 9, 8 e 5 anni

Altre volte questa rubrica si è occupata di «bambini rapiti dalla giustizia»: ha raccontato vicende, tristissime, di minori sottratti a padri e/o madri a causa di evidenti errori giudiziari o delle valutazioni errate dei servizi sociali.

La storia che segue, invece, viene descritta in prima persona da una madre torinese. Da 6 mesi, per l'esattezza dal 12 ottobre 2013, la signora non vede i suoi tre figli, tutti molto piccoli, perché alla fine di un accidentato percorso giudiziario lo scorso dicembre i bambini sono stati sottratti a lei, cui erano stati affidati, e «messi in sicurezza» in una comunità. Questo è accaduto su richiesta dell'ex marito. La donna oggi si dispera: immagina i figli sconvolti e impauriti, anche perché sono stati separati tra loro e rinchiusi in due diversi centro d'affido.

In casi come questi è sempre difficile prendere posizione, perché difficile è stabilire da che parte sia il torto e dove stia la ragione. Va detto che le carte giudiziarie che la madre torinese presenta sembrano darle ragione. E di certo giocano a suo favore non soltanto la sua pacatezza e la piena ragionevolezza, ma anche la peculiare richiesta dell'ex marito, disposto a tollerare la «reclusione» dei tre bambini piccoli pur di vederli sottratti alla madre.

Certezze, è vero, non ce ne sono. Ma c'è comunque una richiesta, e riguarda il Tribunale dei minori di Torino: che adesso deve agire presto e bene. Soprattutto per il bene dei tre piccoli, ancora una volta le vere e incolpevoli vittime di un contrasto tra padre e madre.

 

Sono una mamma di Torino cui sono stati sottratti ingiustamente i figli di 9, 8  e 5 anni. Premetto che sono sempre stata una madre molto assennata, affettuosa e attenta alle necessitá dei miei figli. Io e il mio ex maritosiamo separati legalmente dal settembre 2011. Lui da alcuni anni insisteva per separarci legalmente poiché aveva iniziato una relazione con un'altra donna e voleva dimostrarle che "non teneva il piede in due scarpe". In realtá intendeva continuare a vivere con me, ma che risultasse che ufficialmente siamo separati.

I miei problemi sono iniziati quando, nel luglio di due anni fa, l’ho denunciato per le minacce ricevute nel momento in cui mi sono rifiutata di accettarlo a vivere con me nella nuova casa che avevo preso in affitto. Gli avevo infatti detto che questo sarebbe stato possibile solo se avesse lasciato definitivamente l’amante. Ho così sporto una denuncia di 9 pagine in cui mi sono decisa a raccontare tutti gli abusi che da lui subivamo io e i miei figli, da anni. Tra questi, la minaccia a nostro figlio (che allora aveva 4 anni) di buttarlo nel wc o giú dalla finestra, o quelle di “tagliarlo” inseguendolo per tutta la casa con coltelli e forbici dotate di lame lunghe dai 15 ai 30 cm.

In tribunale il mio ex marito ha negato tutto e giá dal primo interrogatorio il pm incaricato del caso ha proposto di archiviare il tutto. Il pm ha addirittura minimizzato le mie accuse, ritenendo si trattasse di normali “scaramucce” tra coniugi. La mia denuncia é stata infine archiviata “per insussistenza”. In poche parole non sono stata creduta:del resto, essendo episodi avvenuti tra le mura domestiche, non avevo testimoni.

Intanto il Tribunale per i minorenni aveva avanzato l’ipotesi di far decadere sia me sia il mio ex marito dalla potestá genitoriale. A tale scopo erano state predisposte perizie psichiatriche: queste, invece che evidenziare i tratti psicopatologici del mio ex marito, ne hanno tracciato un profilo positivo; al contrario, hanno ravvisato nella mia personalitá tratti presuntamente fobici senza peraltro fornire una diagnosi vera e propria.

Nel giugno 2013, però, anche questa vicenda è finita in nulla: il Tribunale per i minorenni ci ha dichiarato entrambi genitori “idonei”, confermandoci il pieno esercizio della potestá genitoriale. Un «pareggio» ingiusto, dal mio punto di vista, perché avevo denunciato quelli che avevo denunciato erano in effetti seri episodi di violenza ai danni dei miei figli. Ma intanto speravo di poter continuare  a stare con i miei bambini.

Al contrario, da quel momento in poi le cose sono purtroppo peggiorate per me in maniera inspiegabile. Il mio ex marito, forte del risultato a lui favorevole espresso dalle perizie psichiatriche, ha iniziato a sporgere denunce: mi ha accusato di maltrattamenti (in realtà mai avvenuti) a danno dei bambini. È arrivato perfino a tacciarmi di pedofilia e di esoterismo. Per completare l’opera,ha espressamente chiesto al servizio sociale di “mettere i bambini in sicurezza” portandoli in comunitá. Stranamente, anche mio suocero e mia cognata si sono manifestati a favore del trasferimento dei bambini in comunitá.

È cosí che dal 12 ottobre 2013 i miei figli non sono mai piú tornati a casa. Dopo un periodo passato col padre e poi dai nonni paterni, cui erano stati provvisoriamente affidati, sei mesi fa il mio legale è stato avvisato tramite fax che i bambini sono stati collocati in una comunitá. Convocata dal servizio sociale, alla presenza di mia madre mi é stato detto che il calendario con i giorni e gli orari in cui avrei potuto vedere i miei figli (in “luogo neutro” e in presenza di un operatore) doveva essere approntato dal Tribunale dei minorenni, e che quindi dovevo attendere.

Sono rimasta pazientemente in attesa e nel frattempo mi sono dedicata a far luce sulle denunce per maltrattamenti sporte contro di me dal mio ex marito, affidandomi a avvocato penalista il qualeha ottenuto l’archiviazione per infondatezza del procedimento penale da esse scaturito. Tuttavia, durante un’udienza avvenuta nel febbraio 2014 al Tribunale dei minorenni, il giudice onorario cui é stato affidato il caso ha smentito clamorosamente quanto riferitomi dalle assistenti sociali circa il calendario degli incontri: ha affermato che la stesura di quel calendario spettava proprio al servizio sociale. Ho scoperto anche che mentre io non vedevo i miei bambini da ottobre, il mio ex marito aveva dichiarato di essere stato ammesso a incontrarli giá da prima di Natale, con grande stupore del mio legale.

Per ricevere il sospirato calendario degli incontri a nulla sono serviti i fax del mio avvocato, né il personale interessamento del giudice onorario, né le mie telefonate. Un appuntamento fissatomi lo scorso marzo é stato annullato il giorno precedente: da quel momento le assistenti sociali continuano ad addurre scuse di ogni genere per non consegnarmi il calendario.

Il servizio di psicologia dell’Asl, incaricato dal Tribunale di effettuare approfondimenti diagnostici sia su di me sia sul mio ex marito, non ha mai neanche provveduto a mettersi in comunicazione con l’ambulatorio dell’Asl preposto a tali visite, rendendo di fatto impossibile che io potessi effettuare il percorso di approfondimento psicologico prescritto dal Tribunale. Tutto questo soltanto con me, poiché invece il mio ex marito ha ricevuto da subito piena disponibilitá dalle assistenti sociali, che l’hanno immediatamente messo in contatto con tutti gli enti preposti ai vari controlli psicologici e che non hanno avuto alcuna difficoltá a fornirgli un calendario con i giorni nei quali avrebbe potuto vedere i bambini.

Mi sembra veramente incredibile che in un Paese civile possa accadere che tre bambini vengano strappati a una madre sulla base delle fantasiose denunce dell’ex marito e che il servizio sociale, invece che eseguire quanto precritto dal Tribunale, agisca danneggiando me e i miei figli in maniera inquantificabile.

Inutile dire l’amarezza sconfinata e il dolore indescrivibile che provo da sei mesi.

Una mamma torinese

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