Ma i palazzi di giustizia non sono sacri
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Ma i palazzi di giustizia non sono sacri
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Ma i palazzi di giustizia non sono sacri

La passeggiata pacifica e democratica dei parlamentari del Pdl davanti al Palazzo di giustizia di Milano è stata considerata quasi un mezzo colpo di Stato.

Sarà anche giunto il momento di tentare di uscire, una volta per tutte, dall’equivoco. La pacifica e democraticissima passeggiata al Palazzo di giustizia di Milano dei parlamentari del Popolo della libertà (salutata come un mezzo colpo di stato dai soliti fiancheggiatori delle procure) offre l’opportunità di dire con chiarezza alcune cose sul rapporto tra la magistratura e il Paese.

Intanto precisiamo: in Italia si può manifestare contro tutte le istituzioni, dal Parlamento al Quirinale, ma non si capisce perché i palazzi di giustizia debbano essere considerati sacri e inviolabili, anche se in quei palazzi si consumano nefandezze addirittura più spregiudicate di quelle riscontrabili nei palazzi della politica. Detto questo, il pensiero va subito a Rivoluzione civile, la più recente e lapalissiana dimostrazione di come un rappresentante della magistratura possa abbandonare pro tempore la toga (senza neppure avere la decenza di dimettersi) per chiedere agli italiani di eleggerlo presidente del Consiglio al posto di un avversario che fino al giorno precedente lui, il magistrato in questione, aveva perseguito penalmente.

Con Rivoluzione civile, i cui soci fondatori erano non a caso due ex pubblici ministeri di cui la giustizia non sente la mancanza, la magistratura, intesa come istituzione, ha accettato di assistere – con una sua parte perfino complice – alla messa nera delle regole. Concetti elementari come la distinzione dei poteri e la terzietà del magistrato (per tacere della credibilità) sono stati calpestati per mesi grazie anche al colpevole servizio di complemento svolto da altri e alti magistrati. C’è voluto il salutare antidoto della democrazia per interrompere il sabba delle regole attraverso l’umiliante risultato elettorale (2,25 per cento dei voti) riservato al partito delle manette.

Chi oggi bela dai giornali contro l’ennesimo atto eversivo consumato ai danni della magistratura fa parte dello stesso fronte che si serviva delle teste canute degli ex presidenti o componenti della Corte costituzionale per crocifiggere il nemico politico. Che pena questi altissimi magistrati, che pena veder ridotta e soggiogata a interesse di una parte la loro funzione. Che pena vederli trasformati in grossolani strumenti della politica, ebbri del loro ego pompato ad arte, candidati e sempre trombati a qualsiasi elezione, fosse a sindaco o a parlamentare (vero professori Onida e Flick?).

Eppure ci ricascano sempre, ammaliati dalle sirene del potere, dal bel mondo dei miliardari travestiti da intellettuali che si fanno chiamare società civile perché fa tanto democratico.
Da vent’anni pletore di magistrati pascolano in questo recinto: si fanno usare, vengono tosati per bene, vengono pasciuti a colpi di interviste televisive, o di slogan urlati nelle piazze, con articolesse sui giornaloni di riferimento dove, per carità, scrivono non come magistrati ma in quanto liberi cittadini di cui la Costituzione (ovvio) garantisce la libertà di pensiero all’articolo 21. Per essere poi, sistematicamente, espulsi dal recinto quando non servono più o non sono serviti. Perché lui, l’odiato Caimano, è sempre lì.

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