Ma chi dirà qualcosa non di sinistra?
Ma chi dirà qualcosa non di sinistra?
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Ma chi dirà qualcosa non di sinistra?

Il no di Berlusconi sarebbe servito alla sinistra unicamente per emarginarlo, ma ora si apre un problema di rappresentanza

Il problema, a questo punto, è di rappresentanza. Cioè: chi è oggi in grado di rappresentare i moderati di centrodestra e i loro valori in Parlamento e nel Paese? Vado subito al sodo. Chi parla la lingua di Silvio Berlusconi dal momento che, causa persecuzione giudiziaria, non potrà farlo come avrebbe voluto lui in prima persona? Per essere ancora più chiari: su tasse, Europa e giustizia, Angelino Alfano saprà dire qualcosa di destra? E ancora: il diversamente berlusconiano Angelino saprà imporre al governicchio qualcosa di berlusconiano? È da qui che dobbiamo partire per tentare di capire il terremoto seguito al voto favorevole del Cavaliere a Enrico Letta.
Il no di Berlusconi sarebbe servito alla sinistra unicamente per emarginarlo, con un’inumana e feroce ghettizzazione. Sarebbe stata la perfetta chiusura del cerchio immaginata dal Pd: eccolo lì, il condannato che pensa soltanto ai fatti suoi, che con il suo voto contrario alle larghe intese dimostra di disprezzare il Paese e non esita a farlo precipitare ancor più nel gorgo della crisi in nome dei suoi interessi. Il Cav invece ha fatto l’ennesima mossa geniale: ha mandato in frantumi il giocattolo e ha rovesciato il tavolo.

Che cosa è successo subito dopo? Che Letta, Dario Franceschini e Guglielmo Epifani hanno ripreso i cocci da terra e ricominciato la tiritera con gigantesche ingerenze nel campo berlusconiano. Addirittura con prescrizioni ultimative: fate questo, non fate quello, potete dichiarare questo e non quest’altro. Ed è stata questa la plastica dimostrazione che l’unico interesse della sinistra era e rimane quello di emarginare Berlusconi. Peccato che, per parafrasare Letta, il ventennio berlusconiano non sia affatto chiuso (così come in Italia non è mai passato il 1921, inteso come l’anno di nascita del Partito comunista italiano). E che le idee rivoluzionarie del 1994 conservano intatta la loro attualità lo dimostra il fatto che solo qualche settimana fa sono state poste da Berlusconi – identiche a distanza di vent’anni – alla base del rilancio di Forza Italia 2013.
 
La sinistra, però, non ha mai accettato la possibilità di fare grandi riforme su giustizia e fisco (per rendersene conto basta guardare al balletto sull’Imu, al richiamo primordiale della tassazione selvaggia) perché culturalmente troppo distanti. Quale migliore occasione allora se non l’eliminazione per via giudiziaria del Cavaliere per togliere dal tavolo le questioni? Per questo, oggi più che mai, chi aspira a guidare il centrodestra come Alfano deve difendere le radici del liberismo e allontanare da sé anche solo il sospetto di essere oggi diversamente democristiano o di essere stato opportunisticamente berlusconiano.
Lo si fa soltanto in un modo: rivendicando orgogliosamente la necessità di intraprendere un cammino di riforme radicali per l’Italia senza mai cedere alle blandizie dei salotti buoni. La storia ha già insegnato che ai salotti pieni di sirene interessate corrispondono urne vuote. E i sondaggi che circolano dovrebbero rappresentare già un campanello d’allarme. Aspettare la sveglia delle urne sarebbe un delitto politico.  
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