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Ma allora Legnini non è di legno

Il vicepresidente del Csm: i magistrati che vanno in politica non dovrebbero tornare indietro; e le intercettazioni irrilevanti vanno rese impubblicabili. Complimenti

privacy-giustiziaJon Helgason / Alamy/Olycom

In materia di giustizia, il Corriere della sera di Luciano Fontana non smette di stupire. Positivamente. Il 24 agosto ha dato la parola a Sabino Cassese, ex giudice costituzionale, che in un editoriale - rivoluzionario per il Corriere - con serietà e coraggio ha elencato tutto quello che ci sarebbe da fare (e purtroppo nessuno sembra avere voglia di fare) per riformare processo penale, Consiglio superiore della magistratura, intercettazioni, custodia cautelare, separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti...

Sulla prima pagina del Corriere, in alto a sinistra, Cassese ha scritto parole dure: ha censurato "la tendenza di procure e corti a dettare l’agenda della politica e a stabilire i criteri della politica industriale, quasi fossero la coscienza del Paese e il governo della politica economica". Ha criticato le "troppe le carriere politiche di magistrati in carica e troppe le loro esternazioni (mentre il Csm sta a guardare)". Sarebbe stato impossibile leggere frasi di questo tipo fino a pochi mesi fa...

Oggi, sugli stessi temi, il Corriere raddoppia con un'intervista a Giovanni Legnini, che del Consiglio superiore della magistratura è il vicepresidente dal 30 settembre 2014. Ed ecco che l'ex deputato del Pd, quasi infilandosi nella scia di Cassese, annuncia una severa stretta per i magistrati che entrano in politica e poi vogliono tornare indietro.

Ecco le parole esatte di Legnini: "Se scegli di fare politica non farai più o sarà molto più complicato fare carriera nella magistratura. Ma ora ritengo che si possa fare un ulteriore passo avanti. Proporre al legislatore un intervento che, tenendo conto dei vincoli costituzionali, non consenta a chi ha scelto di fare politica di tornare indietro. Spero che l'intero Consiglio discuta e faccia propria questa proposta, sarebbe un segnale nel rapporto politica-magistratura".

E non si ferma, Legnini: anzi, parla anche del moloch delle intercettazioni, da anni tabù intoccabile per ogni vicepresidente del Csm, terrorizzato dalle reazioni dell'Associazione nazionale magistrati. Ebbene, Legnini annuncia che è ora di regolare anche questa materia: "Penso da tempo che un intervento normativo sia necessario" spiega Legnini. "È giunto il momento».

Certo, Legnini regala qualche punto al partito del populismo giudiziario: elenca una serie di "punti fermi" cari all'Anm e al giustizialismo in redazione, come il "no a limitazioni nell'utilizzo delle intercettazioni a fini di indagine; e il no a limitazioni del diritto di cronaca".

Però il vicepresidente del Csm va avanti, si spinge oltre le colonne d'Ercole mai superate da molti sui predecessori. Si impegna su una serie di punti. Dice: "Sì ad una disciplina più rigorosa sull'obbligo di stralcio e distruzione degli ascolti irrilevanti ai fini di indagine, prevedendo precise responsabilità e sanzioni per chi le diffonde illecitamente. Si tratta di garantire il bilanciamento di tutti gli interessi in gioco, compreso il diritto alla riservatezza".

Con questi chiari di luna, tanto coraggio è sorprendente, va apprezzato: dimostra che c'è vita nel Csm. Complimenti a lui. Speriamo che non si limiti alle parole, agli annunci. E complimenti anche al Corriere di Fontana: speriamo rispetti la vecchia regola del non c'è due senza tre. E magari quattro, cinque...



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