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5 riflessioni sui licenziamenti nella pubblica amministrazione

Gli "infedeli" da far lavorare, i "fedeli" che lavorano (anche per gli altri), il senso civico perduto, l'insofferenza e il rigore del garantismo

Cinque considerazioni sui licenziamenti per assenteismo nella pubblica amministrazione, nei giorni in cui si discute della proposta di modificare modalità di licenziamenti di chi viene "colto in flagranza di fubrizia da cartellino".

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1 - Gli "infedeli" da impiegare

E se i dipendenti “infedeli” fossero semplicemente troppi? Poco lavoro, poco da fare, tanto tempo libero da usare per cose più utili: la spesa, un secondo lavoro, un po’ di svago… Sarebbe interessante sapere che fine abbiano fatto, per esempio, i “Checco Zalone” di provincia. O, meglio, delle Province. Cancellate, svuotate, e trasferite armi e travet dentro altre amministrazioni. Quanti musei non attirano visitatori? Quanti custodi non hanno più nulla da custodire? Questi interrogativi, ovviamente, non servono a giustificare gli assenteisti, ma a mettere sul banco degli imputati anche il Carrozzone. Non basta licenziare. Bisogna far lavorare (bene). Impegnare l’impiegato in mansioni vere. Portare un po’ di razionalità privata nella macchina ideologica (e clientelare).  

2 - Assenza di senso civico e dello Stato

Le leggi sono carne viva, incidono nella vita dei cittadini. Non sono avulse dalla realtà. Nel Nord Europa una polemica come quella alla quale assistiamo, sulle 48 ore per licenziare l’impiegato colto con le mani nel tornello, non avrebbe senso: sul Mare del Nord vige una tradizione calvinista, che non ti redime neppure con l’assoluzione. Senza confessore, resti con la tua colpa (qualcuno anche col suo senso di colpa). La comunità è comunità, l’interesse collettivo coincide con quello individuale: il mondo non è una giungla in cui farsi strada col machete. Ci sarà, lo ammetto, un pizzico di agiografia “nordica” in questo, una visione oleografica della civiltà altrui che non sempre trova conferma nei fatti. Ma tolto il confronto, resta che in Italia il senso civico è, spesso, un optional. Come il senso dello Stato. Chi non ci nasce, difficilmente ci diventa (educato). E allora, ben vengano le leggi che stringono le viti, quelle che servono a dare “segnali”. A invertire la rotta, verso il Mare del Nord.

3 - Insofferenza

Il problema è che troppo spesso in Italia le leggi non si applicano. Ma è anche vero che (Zalone insegna, purtroppo) sta maturando una insofferenza verso ogni tipo di furbizia che leda l’altrui diritto. Una insofferenza che serpeggia soprattutto tra i giovani, i non garantiti, quelli che non hanno un tornello in cui timbrare. Ovvio, dire che gli assenteisti colti in flagrante saranno cacciati in quarantotto ore vuol dire: la musica cambia. Di più: dire che il dirigente è anche lui sotto botta se non licenzia il sottoposto, significa spezzare quell’omertà, quella sottile complicità che forma il sostrato viscido del Carrozzone.

4 - I "fedeli" che lavorano

Accanto agli “infedeli” ci sono i “fedeli”: i bravi dirigenti, i bravi funzionari, i bravi impiegati, che sono le prime vittime dei compagni (di scrivania) sleali. Sono quelli che si sobbarcano del lavoro proprio e di altri, che non si considerano alieni, estranei al buon andamento dell’amministrazione, ma parte del Sistema. Quelli per i quali il Sistema è buono, dev’essere buono, e deve funzionare. Quelli che sono pronti persino a rimetterci del proprio, purché sia reso il dovuto servizio al cittadino. Gli opposti dei furbi, quelli che non devono mai più esser considerati, o rassegnarsi a apparire, ingenui, ma soltanto “italiani normali”.  

5 - Garantismo

L’unico limite al rigore è il garantismo. Bisogna “garantire” che la sanzione corrisponda a un colpa certificata, rendere coerenti le 48 ore con l’accertamento della verità. Ma va garantito anche il rigore della sanzione. Invece di recitare dieci Ave Maria per sette giorni, in quei sette giorni cominciare a cercarsi un posto.

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