Terrorismo rosso: un libro cerca di fare luce sulla «zona grigia»
Terrorismo rosso: un libro cerca di fare luce sulla «zona grigia»
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Terrorismo rosso: un libro cerca di fare luce sulla «zona grigia»

Il terrorismo rosso degli anni Sessanta e Settanta ha goduto di appoggi e fiancheggiatori, mai veramente indagati. Finalmente ci prova un saggio di Massmiliano Griner

L'affermazione è tanto forte (e controcorrente), quanto condivisibile: «Gli italiani e le italiane che negli anni Settanta hanno flirtato con la lotta armata hanno fornito al partito della sovversione quel retroterra confortevole senza il quale non avrebbe potuto né operare con sanguinaria efficacia, né resistere a una repressione progressivamente crescente»

Parte da questo assunto il saggio «La zona grigia» del giovane storico Massimiliano Griner (Chiarelettere editore, 290 pagine, 16 euro), in libreria da venerdì 18 aprile. Ed è assolutamente vero: negli anni Settanta e Ottanta, le Brigate rosse e gli altri gruppi clandestini che hanno operato nel terrorismo e nei gruppi rivoluzionari armati «di sinistra» si sono potuti impunemente appoggiare a un retroterra fatto di consenso ideologico, godendo spesso di un vero e proprio fiancheggiamento, se non di un «favoreggiamento culturale».

Così «La zona grigia» indaga su intellettuali che negli anni di piombo lavoravano nelle università, nelle redazioni dei giornali, nell’editoria: gente che  giustificava senza alcun problema l’opzione della violenza. A partire da quell’Italia che firmava appelli a raffica, appelli che a volte assomigliavano tanto a linciaggi: come quello contro il commissario Luigi Calabresi, falsamente accusato di essere «il boia di Pinelli» e successivamente ucciso a Milano nel 1972 da un commando di Lotta continua. Ma pochi ricordano che quelli erano gli anni in cui c'era chi gridava slogan assurdi, come «Né con lo Stato, né con le Br». Parole d'ordine che giustificavano di fatto l'ideologia di quanti sparavano. 

I fiancheggiatori del terrorismo rosso formavano, all'epoca, una parte minoritaria del Paese, ma certamente non piccola. Nel libro si ricorda che una stima dell’intelligence americana pubblicata nel 1983 calcolava che «in Italia l’area dei simpatizzanti per la causa rivoluzionaria ha toccato nel suo momento massimo le 600.000 persone». Del resto, lo stesso Griner ricorda gli impressionanti risultati della «geometrica potenza di fuoco» delle Br e degli altri gruppi dell'eversione di sinistra: 232 morti ammazzati e 75 resi invalidi in modo permanente. 

Tutto questo, ancora nell'Italia di oggi, resta un dato di fatto vergognosamente misconosciuto. E non avere scavato nel fenomeno, per tanti anni, ha contribuito a una mistificazione storica che, vista oggi, si configura come un'ingiustizia nell'ingiustizia. Scrive Griner: «La molla principale alla realizzazione di questo libro è stata l’indignazione verso un ambiente spesso arrogante e protetto che, diversamente da alcuni ex brigatisti, non ha fatto un solo passo indietro; non una riflessione sul proprio operato; non un ripensamento o un’ammissione di responsabilità per le tante sofferenze causate alle vittime e alle loro famiglie».

Griner ricorda anche, e fa più che bene, quanti negli anni Settanta cercarono d'indagare sulla zona grigia: giornalisti come Walter Tobagi o come Carlo Casalegno, che nel 1977, pochi mesi prima di essere ucciso dalle Br, aveva criticato il pavido allineamento degli intellettuali di sinistra scrivendo: «L’estremismo verbale che idealizza e copre la violenza, le falsificazioni su un’Italia poliziesca, la filosofia dell’anti-Stato suggeriti da anarchismo libertario o da utopie rivoluzionarie, rappresentano una minaccia per la convivenza civile e un’oggettiva complicità con il terrorismo». Anche loro pagarono con la vita.

Sicuramente si troverà chi tenterà di liquidare il corretto tentativo di scavo di Griner come «revisionismo storico», chi forse lo bollerà come un'inutile indagine su temi vecchi, passati di moda. Non è affatto così. Al contrario, basta ricordare che ancora nel 2004 lo scrittore Roberto Saviano firmava appelli per la libertà di terroristi come Cesare Battisti: appelli che dovevano suonare di monito ai magistrati come Armando Spataro e ai politici come Luciano Violante, che «si ostinano a perseguitare Battisti». Soltanto nel 2009, quando la causa di Battisti è ormai in una fase declinante, Saviano ha chiesto di ritirare la sua adesione all'appello: ma ancora due anni prima un giornalista di «Panorama» Giovanni Fasanella, gli aveva chiesto in una lettera aperta «perché un accanito sostenitore della legalità come lei abbia firmato quella roba lì»: e Saviano non aveva risposto...

Per non parlare dello scrittore Erri De Luca, che il 27 marzo 2013 ha partecipato alla commemorazione del capo brigatista Prospero Gallinari al cinema Palazzo di Roma, a due mesi dalla scomparsa del terrorista. Qui De Luca ha lamentato che si è ormai affermata una ricostruzione tribunalizia degli anni Settanta, che sono stati invece un periodo d'intensa e generosa partecipazione. Secondo De Luca, chi ha creduto nella lotta armata dovrebbe rivendicare con orgoglio la sua scelta invece di interpretare il ruolo del «cattivo» al cospetto dei presunti «buoni», i tutori della legalità repubblicana, ai quali non va riconosciuta alcuna supremazia morale. Ha concluso il suo intervento affermando che la storia dei movimenti e quella del brigatismo sono due facce dello stesso grande percorso rivoluzionario. Anche questa è «zona grigia».

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