Libia: la minaccia islamica e la politica estera italiana

 Per risolvere la crisi che sta trascinando la Libia in una situazione peggiore del 2011, le diplomazie europee riparano in Tunisia e chiamano in causa ONU e NATO. Ma la situazione potrebbe sfuggire di mano ben prima

Presidi militari

Soldati libanesi pattugliano una strada a Tripoli,  29 ottobre 2013 – Credits: Ibrahim Chalhoub /AFP /Getty Images

Luciano Tirinnanzi

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E così l’Italia, per il momento, smentisce un impegno diretto in Libia. La Farnesina, il nostro ministero degli Esteri, sollecitata dal governo libico a intervenire per spegnere l’incendio di Tripoli e aiutare la de-escalation nella guerra civile in corso, non conferma un intervento nella nostra ex colonia ma afferma che “l’Italia continua a valutare tutte le opzioni per fornire aiuti alla Libia, in virtù del suo impegno nel Paese, tenendo conto delle enormi difficoltà tecniche e del fatto che l’area interessata è stata terreno di scontri tra milizie dal 13 luglio. La nostra ambasciata continua ad assicurare il massimo impegno a tutela della collettività e degli interessi italiani in Libia”. Non si precisa altro.
Il che significa probabilmente due cose: che sarà chiamato in causa l’ONU, come in ogni situazione d’impasse, e che la nostra rappresentanza diplomatica in Nord Africa resta praticamente l’unica d’Occidente in piena attività.
Dopo le evacuazioni di americani, britannici e tedeschi, ieri hanno evacuato gran parte delle ambasciate anche canadesi, serbi, portoghesi, bulgari. E così la Francia, protagonista dei bombardamenti che servirono a stanare il Colonnello Gheddafi dal bunker tripolino di Bab Al Aziziya nel 2011. “Tutti i cittadini francesi attualmente in Libia sono stati invitati a lasciare il Paese ed entrare al più presto in contatto con l’ambasciata a Tripoli a tale scopo”, ha affermato ieri un portavoce del Quai d’Orsay.
La guerra civile libica e la Tunisia
Molti, a cominciare dagli americani, stanno gestendo la situazione dalla Tunisia, dove si lavora alacremente per monitorare la situazione, che pare sempre più buia. È notizia di questa mattina che a Bengasi Ansar al-Sharia, i “Partigiani della legge islamica” - la milizia islamica salafita che vorrebbe l'attuazione della Sharia in tutta la Libia - avrebbero conquistato la principale base militare della città, la caserma di al Saiqa, a spese del generale “golpista” Khalifa Haftar, il quale aveva promesso di liberare la Libia dagli islamici e pacificarla. Il generale, invece, avrebbe perso terreno e persino un aereo nei violenti scontri di questi ultimi giorni. Il che induce a pensare che la situazione in Cirenaica peggiorerà ancora.
Ansar al-Sharia, però, minaccia anche le forze di sicurezza e l’esercito della Tunisia. Nel Paese, infatti, sono attive cellule del movimento salafita che rendono la minaccia credibile: nello scorso weekend, i salafiti hanno intensificato le azioni terroristiche sia vicino alla frontiera algerina - nella regione del Kef e a Kasserine - sia al confine Est con la Libia.
Mentre a Tripoli, ieri è stato rapito per alcune ore Mustafà Abushagur, primo ministro neanche un giorno nel settembre del 2012. Il sospetto è che Abushagur stesse tentando una mediazione tra le fazioni in lotta nella capitale libica, ovvero le milizie della città di Zintan e quelle di Misurata, che si fronteggiano nel tentativo di issare la propria bandiera nella capitale libica.
Ma, a ben vedere, chi ha alzato bandiera bianca pare proprio l’Occidente, che preferisce concentrare i propri sforzi in Ucraina, dove è in corso un braccio di ferro tra gli USA e la Russia, e nei confronti della quale sono state comminate nuove sanzioni economiche.
ONU e NATO per discutere della Libia
La nomina di un Alto Rappresentante Onu per la Libia “che sia un ex capo di Stato o di governo” come auspicato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’intelligence, Marco Minniti, chiarisce dunque la linea del governo italiano, già notificata alla Commissione Difesa del Senato.
Eppure, se la Libia ha fatto terribili passi indietro dalla defenestrazione di Gheddafi in poi, anche il ricorso all’ONU non può certo dirsi un vero passo in avanti. Se non lo si ricordasse, solo a titolo di esempio, potremmo citare l’ultimo Alto Rappresentante delle Nazioni Unite nominato per la Siria: l’algerino Lakhdar Brahimi ha potuto solo osservare l’intensificarsi del conflitto e il sorgere del Califfato Islamico e si è poi dimesso per manifesta impotenza, lasciando il campo al diplomatico svedese naturalizzato italiano Staffan De Mistura, lo stesso che ha mediato nel caso dei Marò in India - con l’efficacia che tutti gli riconosciamo - in qualità di sottosegretario agli Affari Esteri nel governo Monti.
In un’intervista rilasciata a Panorama ai primi di luglio, al ritorno da una missione a Washington DC, il presidente della Commissione Difesa del Senato, Nicola Latorre, ha parlato di una svolta che “potrebbe esserci in autunno, con il vertice Nato e con l'insediamento della Commissione europea”.
Il vertice NATO cui si riferisce Latorre si terrà dal 4 al 5 settembre 2014 nel Galles, presso il Celtic Manor Resort di Newport. Inizialmente programmato per discutere l’ordine del giorno del ritiro dall’Afghanistan, evidentemente sarà l’occasione per affrontare anche i temi più caldi: Ucraina, Siria, Iraq, Israele, Gaza e infine Libia.
Le criticità del ruolo NATO
Sorge spontanea una domanda: cosa potrebbe risolvere la NATO in Libia, dal momento che l’Alleanza è la principale responsabile proprio del disastro libico? Oltretutto, settembre potrebbe essere troppo tardi per recuperare una situazione in evidente stato di degenerazione. Se le milizie islamiche dovessero espandersi nel Paese prima di quella data, impedendo di esercitare il proprio ruolo al governo e al nuovo parlamento, che si dovrebbe insediare il 4 agosto, cosa si dovrebbe fare?
Non sono forse i movimenti salafiti sunniti - pur nella loro diversità - a non riconoscere i confini degli Stati nazione odierni come quello della Libia, della Tunisia, dell’Egitto? Non sono forse loro a controllare una parte della Siria? Ad aver imposto il Califfato Islamico e la Sharia in Iraq? Non sono loro che già commerciano il petrolio confiscato ai governi di Libia, Siria e Iraq? Che minacciano e rapiscono occidentali? Che promuovono il traffico di esseri umani e gestiscono le ondate migratorie verso l’Europa? Forse, ci dobbiamo davvero rassegnare a osservare il proliferare della Jihad in Libia, in attesa di Godot e di un nuovo fronte di guerra, sempre più vicino.

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