Libia: gli americani lasciano il Paese

Dopo la rottura della tregua il Dipartimento di Stato invita i suoi concittadini ad andarsene. I ribelli rapiscono un fuzionario Opec

Guerra in Libia

Il caos in Libia sta spingendo sulle nostre coste – Credits: Mahmud Turkia /AFP /Getty Images

Per Lookout news

Il Dipartimento di Stato ha lanciato un nuovo allarme per tutti i cittadini americani che si trovano in Libia raccomandando loro di lasciare immediatamente il Paese. Stesso avvertimento vale per chi ha in programma viaggi verso lo Stato nordafricano. “Gruppi estremisti presenti in Libia – si legge in una nota – hanno minacciato direttamente funzionari governativi e cittadini degli Stati Uniti. Chiunque si trovi nel Paese deve essere consapevole del fatto che potrebbe essere oggetto di sequestro o attacchi”.

 A pochi giorni dai colloqui riavviati con fatica a Ginevra dalla missione ONU in Libia UNSMIL, il fragile accordo per il rispetto del cessate il fuoco in Libia si è sgretolato. Secondo la nuova road map tracciata dall’ONU, la tregua avrebbe dovuto rappresentare il punto di ripartenza dei nuovi negoziati tra le due fazioni che si contendono la titolarità del governo centrale libico: da un lato l’esecutivo guidato dal premier Abdullah Al Thinni, espressione della Camera dei Rappresentanti (il parlamento eletto a seguito delle elezioni dello scorso 25 giugno) recentemente trasferito da Tobruk ad Al Beyda; dall’altro il governo a maggioranza islamista guidato dal primo ministro Omar Al Hassi, retto dall’ex Congresso Generale Nazionale riunito a Tripoli.

 All’accordo per il cessate il fuoco sarebbero dovute seguire le prime trattative per la formazione di un governo di unità nazionale, ma come già accaduto più volte in passato anche in questa occasione niente di tutto ciò è avvenuto. La rottura era nell’aria già nel corso del confronto di Ginevra, con gli islamisti che avevano posto come condizione la necessità di proseguire i colloqui in Libia. L’ONU ha preso tempo per verificare i margini di sicurezza di un eventuale spostamento della sede dei negoziati e, immediatamente, hanno ripreso a parlare le armi. L’esercito regolare, in cui sta assumendo un ruolo sempre più rilevante l’ex generale Khalifa Haftar, è tornato a scontrarsi con le milizie islamiste nei pressi di Es Sider, dove si trova il più grande terminal petrolifero del Paese, e ad ovest della capitale Tripoli, controllata dalla coalizione islamista Alba Libica.

 

Rapito un funzionario dell’OPEC
Da Tripoli è inoltre arrivata ieri, martedì 20 gennaio, la notizia della scomparsa di un alto funzionario della NOC (National Oil Company), la compagnia petrolifera di Stato. Si tratta dell’ingegnere Samir Salim Kamal, rappresentante presso l’OPEC, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio di cui la Libia è Stato membro L’uomo sarebbe stato visto per l’ultima volta il 15 gennaio a Tripoli, nel momento in cui lasciava gli uffici della NOC. Nessuno al momento ha rivendicato un suo possibile sequestro, anche se secondo una fonte del ministero del Petrolio, Kamal avrebbe rifiutato pressioni da chi intendeva fare pressioni sulla sua attività all’interno dell’OPEC. Non è possibile stabilire se dietro la sua scomparsa ci siano gli islamisti di Alba Libica, oppure una delle tante milizie armate autonome che utilizzano i sequestri di occidentali per autofinanziarsi.

 

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Il fatto però, unito allo stallo dei negoziati a Ginevra e all’allarme lanciato dal Dipartimento di Stato americano, dimostra quanto sia instabile la situazione in Libia. Nel difficile tentativo di mettere d’accordo gli islamisti di Tripoli e i laici Tobruk e Al Beyda, la comunità internazionale ha perso di vista in questi mesi i principali attori protagonisti del caos libico del post Gheddafi: le milizie jihadiste di Ansar Al Sharia, le cellule dello Stato Islamico concentrate soprattutto nell’autoproclamato Califfato di Derna, le tribù berbere del sud.

 Il conflitto intanto sta risucchiando quel che resta delle istituzioni libiche e con esse anche l’unica vera ricchezza di questo Paese, vale a dire il petrolio. Dalla caduta di Gheddafi nel 2011, la produzione giornaliera è passata da 1,6 milioni di barili al giorno (oltre il 95% delle esportazioni, pari al 75% del bilancio dello Stato) a 350mila barili. E la situazione è ulteriormente peggiorata nel mese di dicembre, quando Alba Libica ha sferrato una nuova offensiva per cercare di prendere possesso dei terminali petroliferi situati nelle coste orientali del Paese.

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