Letta, Renzi e gli italiani (presi in giro)
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Letta, Renzi e gli italiani (presi in giro)
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Letta, Renzi e gli italiani (presi in giro)

La "staffetta", il progetto "Impegno Italia". Ancora una volta la politica si mostra distante da un paese in crisi - Governo Letta, la fotostoria - Retroscena - Napolitano vs Renzi - Toto-ministri  - sondaggio

Ogni giorno muoiono cento imprese. Ogni giorno le famiglie italiane si arrabattano per arrivare alla fine del mese. Ogni giorno aumenta l’area della povertà. Ogni giorno gli italiani vengono presi in giro da una classe politica e di governo sempre più scollegata dalla quotidiana tragedia di un paese in precipitoso declino.

L’ultima gigantesca presa in giro l’ha messa in scena una persona “seria e perbene”: il presidente del Consiglio, Enrico Letta (lo è ancora mentre scrivo, domani non so). Nel tentativo in extremis di restare incollato alla scrivania di Palazzo Chigi, di non sbaraccare dalla stanza dei bottoni dell’Italia, ci ha raccontato che esiste un vero piano di rilancio dell’attività di governo, capace di portare il paese fuori dalla crisi. La presa in giro è evidente anche ai bambini.

Che altro è la presentazione in pompa magna di “Impegno Italia”, un fascicolo concluso pochi minuti prima di entrare in conferenza stampa, elaborato però con dieci mesi di ritardo e offerto come base di un patto di coalizione che il vicepremier Alfano, leader di Ncd, non ha neanche visto? E che probabilmente non ha visto Matteo Renzi, leader del Pd (mentre scrivo non è ancora premier, domani non so).

Che altro è proporre di recuperare 32 miliardi di euro da destinare alla riduzione della pressione fiscale, in particolare del costo del lavoro, quando la copertura dovrebbe arrivare per oltre la metà da revisioni di spesa e per il resto essenzialmente dal rientro dei capitali dall’estero, cioè da soldi che non ci sono se non sulla carta? Le promesse non hanno un peso sulla bilancia. Le promesse sono aria. Anche perché sono state già allegramente tradite da Letta riguardo per esempio all’aumento dell’Iva e al “superamento” dell’Imu con unaservice taxche si sta rivelando, come Iuc, solo l’ennesima stangata sugli immobili anche strumentali. 

Per carità. Mai vista un’ansia sul volto di un uomo (di potere) sotto attacco come quella esibita dallo zombie Letta nel suo castello romano. Singolare come un figlio della buona sorte (per lui) e delle manovre di Palazzo, che mai fino a un anno fa avrebbe sognato di fare il presidente del Consiglio, ritenga oggi di essere intoccabile e rivendichi la correttezza dei percorsi di sfiducia parlamentari come fosse il capo di un esecutivo legittimato dal voto e voluto dagli elettori. La democrazia, per alcuni, significa presentarsi di volta in volta come “salvatore della Patria” o “uomo delle istituzioni”. In realtà, anche Letta è solo un nominato, scaturito dal fallimento dell’ex segretario del Pd, Bersani, e dal cilindro del presidente-Re Napolitano. Un prodotto delle alchimie dei partiti. Figlio minore della Prima Repubblica. Ora che il Pd sta per sfiduciarlo, vende cara la pelle. Ma sulla pelle degli italiani. E da “uomo delle istituzioni”, per sua natura provvisorio, diventa un pretendente alla presidenza a vita. A tratti, in conferenza stampa, mi è sembrato di riascoltare nelle sue parole i toni e le recriminazioni di Monti.  

Il Fort Apache di Letta mi fa pensare che nell’incontro decisivo con Renzi il premier non si sia sentito rassicurato circa il proprio futuro. Cariche in Europa per gli italiani non ce ne sono, con Draghi al vertice della Banca centrale europea. E cariche nel governo Renzi, che prima o poi dovrebbe vedere la luce, non ce n’è, semplicemente perché Renzi non fa regali. 

Certo, anche Renzi arriverebbe alla premiership con una marea alta di Palazzo, non con la consacrazione del voto degli italiani. E questo non è bello per un politico “nuovo”, che del rapporto diretto con gli elettori, del consenso e della concretezza ha fatto la sua bandiera. Renzi rischia di diventare presidente del Consiglio quasi con gli stessi metodi che hanno portato Monti e poi Letta alla guida dell’esecutivo (o, meglio, D’Alema a subentrare a Prodi). Dov’è il superamento della Prima Repubblica? Dov’è la redenzione dal peccato originale? Dov’è la frattura col passato? Eppure, è a lui che tocca. Matteo, oggi, è l’ultima chance (ma nella speranza di poter tornare al più presto al voto).

Gli italiani sono stanchi, disgustati dal balletto inverecondo della politica. Chiedono cose concrete, fatti, rapidità. E non sopportano più che i politici si concentrino sul proprio ombelico. Sembrava che si fosse aperto uno spiraglio per le riforme, ma i dubbi sulla praticabilità di quel progetto aumentano di giorno in giorno: un Senato che abolisce se stesso non s’è mai visto. Ecco, se Matteo fallisce, se andrà al governo ma non farà le cose che deve fare, se s’invischierà nella tela dei ragni di palazzo, nelle trappole seminate dentro il suo stesso partito, se perderà il contatto con la realtà, a giovarne sarà soltanto la caricatura della politica, la risata folle e distruttiva di un comico che seppellirà tutti, ballando sulle macerie. 

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