Letta ha la fiducia. Durerà?
Letta ha la fiducia. Durerà?
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Letta ha la fiducia. Durerà?

Il Pdl gongola, mentre nel Pd continuano tensioni e distinguo  Il testo del discorso di Letta - Il commento del direttore - l'analisi di Marco Ventura -

Tocca al giovane capogruppo Roberto Speranza, con il suo mentore Pier Luigi Bersani, seduto accanto, che lo guarda amorevolmente ma anche con una punta di amarezza, fare una piroetta di 360 gradi per spiegare alla fine perché il Pd voterà le larghe, e fino a pochi giorni fa, tanto osteggiate, intese.

Il trentenne Speranza arriva a scomodare le convergenze parallele di Aldo Moro Ovvero il Pci e la Dc uniti nelle altre larghe intese del ’78
ma senza incontrarsi, proprio perché come due linee parallele. Una piroetta che va a scomodare il politichese d’alto rango della Prima
Repubblica per spiegare che il Pd resta comunque “una forza alternativa”.

“Se c’è un vincitore nella nascita di questo governo è Silvio Berlusconi, e proprio perché ora lui è il più forte di tutti, saprà riuscire a tenere
a bada anche i mal di pancia che ci sono nel suo partito tra chi non è diventato ministro. Ma poca cosa rispetto al disastro che sta dall’altra
parte...”, chiosa con Panorama.it, il deputato Pdl Alberto Giorgetti.

Al Pd? “Oggi è calma piatta, ma solo perché a Beirut-Pd hanno finito le munizioni”, commenta malizioso e ironico un deputato di Largo del
Nazareno. Se questo governo è nato, è “grazie al Pdl”, rivendica Mariastella Gelmini. E Renato Brunetta; “Lo moniteremo minuto per minuto. Basta con l’austerità e pacificazione giudiziaria”.

Alle 18, di lunedì 28 aprile, giorno della fiducia dell’esecutivo Letta-Alfano alla Camera, parte l’applauso più convinto al discorso del
premier Enrico Letta che annuncia il blocco del pagamento dell’Imu per la rata di giugno. Il premier parla di welfare dell’opportunità e dice no al welfare del corporativismo, dice che è necessaria la crescita, ma senza debiti (“Come un bravo padre di famiglia”), per poter riequilibrare le diseguaglianze.

Un discorso di stampo blairiano: la dottrina di Tony Blair ha sempre posto la redditività, e non la distribuzione del reddito della vecchia sinistra europea, come unica condizione per le elevare la condizione sociale delle classi più deboli. Ma l’allievo di Benianimo
Andreatta, non non può non venare anche di solidarietà sobriamente cattolica il suo discorso.

“Avrebbe tranquillamente potuto dire le stesse cose Angelino Alfano (Il vicepremier, ministro dell’Interno e segretario del Pdl ndr)”, commenta il deputato del Pdl Sergio Pizzolante. E, da ultimo craxiano rimasto alla Camera, Pizzolante non può non  osservare:
“Il discorso di Letta sarebbe stato il discorso perfetto di un leader di partito divenuto finalmente a tutti gli effetti socialista,
soacialdemocratico e comunque riformista. Ma il Pd, di cui Letta è paradossalmente ancora il vicesegretario, questa svolta non l’ha mai fatta”.

Letta una cosa e il Pd un’altra, ma alla fine a Largo del Nazareno non possono che fare come dice lui. Il Pdl incassa soddisfatto anche la parte garantista del discorso del giovane premier quando punta l’indice contro “una situzione carceraria intollerabile” e contro “gli eccessi
di condanne da parte della Corte dei diritti dell’uomo”.

Rivendica lo Stato di diritto quando esclama: “Siamo il paese di Cesare Beccaria”. Parla di una giustizia al servizio dei cittadini, della libertà di impresa, promette di abbassare la pressione fiscale e sgravi per le aziende che assumono giovani a tempo indeterminato.

Linee programmatiche che sembrano più combaciare con le richieste del Cav che con quelle del suo partito dilaniato in tante fazioni “armate”, ha detto proprio così Marianna Madia, deputata pd. Non a caso il vicepremier Alfano non può che dire: “Provo grande soddisfazione, musica per le nostre orecchie”.

E il neoministro per le Riforme Costituzionali, Gaetano  Quagliariello, a Panorama. i dice: “Sono soddisfatto, ma ora ci sono impegni da
rispettare”. Letta è stato chiaro: “Io non voglio vivacchiare”. La meta sono le riforme per entrare nella “Terza Repubblica”.

Il tempo che Letta dà alla Convenzione per le riforme sono 18 mesi, facendo intendere chiaramente che altrimenti con la Convenzione va a casa anche il Governo. Il niet a Silvio Berlusconi presidente per la Convenzione arriva inevitabilmente  dalla pasionaria del Pd, renitente fino all’ultimo alle larghe intese. Ma il suo niet è solo la punta di un iceberg di un partito che deve trovare “la quadra”. Ragiona il leader
dei Moderati alleati del Pd Giacomo Portas, che ama definirsi “l’ultimo dei bersaniani” e ora nella rosa dei sottosegretari: “Se si porta il governo a destra, bisogna poi portare il partito a sinistra”. Sterfano Fassina segretario, dopo un periodo di reggenza?

Intanto, a impazzare è il toto Convenzione per le riforme: torna l’eterno nome di Giuliano Amato, ma i Cinquestelle, spronati da Letta a farvi parte insieme a Sel, rivorrebbero Stefano Rodotà. L’interminabile gioco dell’oca della travagliata primavera politica italiana non finisce mai. La serata si chiude con 453 sì al governo Letta. Votano contro Sel e Cinquestelle, in 17 si astengono. Pippo Civati e un altro deputato Mattiello non partecipano al voto. La minaccia dissidenti peò come un fiume carsico rischia sempre di rispuntare.

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