Il governo smetta di discutere e si decida a governare
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Il governo smetta di discutere e si decida a governare
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Il governo smetta di discutere e si decida a governare

Non riescono a tagliare di una virgola la spesa pubblica e così ammazzano una nazione di tasse. L’Italia andrebbe meglio senza questi politici

Quando sento politici e soggetti istituzionali dire candidamente che anche per l’Italia «è il momento di cogliere la ripresa», non riesco a trattenere le risate. Perché prima di cogliere la ripresa è necessario aver arato il terreno, averlo seminato, irrigato, e avere avuto soprattutto il coraggio di buttare via le erbacce e tutto ciò che soffoca ogni germoglio.

Alla fine di tutto ciò si possono cogliere i frutti di un lavoro duro e intenso. Ma in Italia chi ha arato il terreno della burocrazia? Chi ha seminato e irrigato con risorse fresche il sistema industriale e produttivo? Chi ha potato i rami e sradicato le radici marce della spesa pubblica improduttiva? Non lo ha fatto nessuno e quando qualcuno ha provato a farlo è stato respinto con perdite.

C’è dunque poco da cogliere, per terra sono rimasti giusto i cocci: Alitalia Ilva, Telecom, Ansaldo (Finmeccanica).

Vi bastano come esempi? Sia chiaro: non sto a rivendicare l’italianità come valore astratto da difendere, denuncio  piuttosto l’assenza di una politica industriale dell’Italia. Guardatevi intorno: i nostri colossi sono al collasso oppure hanno voltato lo sguardo lontano dalle Alpi come la Fiat. Nei dibattiti televisivi si conciona di Imu e Iva, si litiga tra falchi e colombe, tra rottamati e rottamatori. Ma chi ha mai visto un confronto sul futuro di questo Paese?

Chi si pone il problema di una fabbrica come l’Ilva spenta da una magistratura che tra poco pretenderà di surrogare anche il Papa e forse pure Dio? Che senso ha, presidente Letta, presentare un piano ambizioso per attrarre investimenti dall’estero se sul sito internet del governo il documento «Destinazione
Italia» non è neppure tradotto in inglese?

L’esecutivo delle larghe intese balbetta, va avanti a singhiozzi (cioè con un sistematico rinvio dei problemi) e ogni tanto – scusate la volgarità – fa un ruttino o poco più nell’illusione di aver digerito una questione. Eppure, non è tutto perduto. C’è la possibilità di invertire la rotta. Entro metà ottobre dev’essere presentata la legge di stabilità.

Il presidente del Consiglio, Enrico Letta, si imponga sui suoi compagni  di partito e sugli inquieti compagni di viaggio di Pdl e Scelta civica.

Convochi quelli che hanno voce in capitolo, li faccia accomodare, chiuda la porta a doppia mandata e lasci fuori comparse e figuranti, buoni solo a riempire di chiacchiere la televisione e a sabotare il cammino. Poi, finalmente, decida qualcosa di comune accordo con gli alleati. Alla fine di questo conclave (può durare anche una settimana) si indichino i tagli – decisi, mi raccomando – , si dica la verità alla Confindustria e ai sindacati sulle misure che effettivamente  si possono mettere in campo per
rilanciare produttività e posti di lavoro, si tracci in definitiva la mappa affinché questo Paese cresca, se non quanto gli altri partner europei almeno un po’.

Forte di questo programma chiaro in ogni suo punto e controfirmato da chi sta al governo non si curi di critiche, ululati e vagiti. Lo applichi. Viceversa, presidente Letta, si dimetta. E ci risparmi il penoso finale di partita che, in parte, è già davanti agli occhi nostri e del mondo intero.

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