Letta negli Usa, in Italia la bufera (politica)
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Letta negli Usa, in Italia la bufera (politica)

Monti lascia Scelta Civica, Fassina minaccia le dimissioni e Berlusconi convoca i ministri, i lealisti ed i falchi. Crisi vicina?

Gli States non portano decisamente fortuna a Enrico Letta. Il premier delle larghe intese era in America quando il 28 settembre Silvio Berlusconi invitò la delegazione del Pdl a lasciare il governo; Letta aveva appena terminato il vertice con Obama, ieri sera quando venti di crisi hanno ripreso a spirare sull’esecutivo.

Al termine di una giornata contraddistinta da riunioni senza soluzione di continuità a Palazzo Grazioli, prima per tre ore tra Silvio Berlusconi con i ministri, poi in serata di nuovo con il coordinatore falco, ritenuto l’anima morale dei lealisti Sandro Bondi e infine con lo stesso Raffaele Fitto che li capeggia.

E’ stata una giornata dalla quale sono uscite voci incontrollate e versioni contrastanti, da un lato chi ha detto che l’incontro con i ministri e Alfano sarebbe andato bene. Lo stesso Fitto nel pomeriggio smorzava i toni dicendo che il suo giudizio tranchant sulla legge di stabilità (misure inadeguate prive di choc positivo per la crescita) non riguardava le sorti del governo. Ma  il governista Fabrizio Cicchitto  significativamente metteva le mani avanti: sarebbe infausta una crisi al buio.

E non a caso, un lealista sotto anonimato confidava a Panorama.it: “Berlusconi è uno statista, e la crisi vedrete che la aprirà sui temi che riguardano tutti gli italiani, perché questa Finanziaria l’hanno fatta sulla loro pelle”. Quindi potrebbe essere crisi sulla legge di stabilità? 

E’ chiaro che la decadenza e il voto del Senato saranno il vero show down per il Pdl e per la tenuta del governo.

Il Pdl come ormai dice fino a sgolarsi Sandro Bondi non potrà continuare a convivere con il Pd, che caccia il presidente fondatore del Pdl, con metodi “sconosciuti allo stesso Pci con i suoi avversari”. Secondo una versione accreditata da alcuni dei lealisti, quello di Berlusconi con i ministri invece non sarebbe stato affatto un pranzo di gala.

Narrano che il Cavaliere sia tornato alla carica per chieder loro se siano disposti ad un passo indietro (sul quando si vedrà). Il Cav, accerchiato dalle vicende giudiziarie, in arrivo quella detta “Ruby 3”, lo avrebbe fatto perché certo ormai  che decadenza per lui sarà, voto segreto o voto palese che sia. E certo anche che dal premier non ci sarà alcun atto per eliminare la retroattività della legge Severino, sfiduciato infine rispetto a qualsiasi intervento in extremis del Colle, figuriamoci poi dell’ambasciata pro-Cav che vorrebbe fare, secondo gossip,  il ministro di Scelta Civica Mario Mauro.

Secondo voci incontrollate Berlusconi avrebbe chiesto di fare per primo un passo indietro al vicepremier, dato pronto per fare la scissione al voto di fiducia il 2 ottobre con 23 senatori, quel segretario del Pdl Angelino Alfano che però ora, come ha scritto “Il Foglio” di Giuliano Ferrara, sarebbe più debole, perché uscito ridimensionato dalla discesa in campo di Fitto e dei cento lealisti. E’ vero che ieri Fitto ha almeno apparentemente frenato sulla crisi di governo. Ma ieri sera uscendo da Palazzo Grazioli ai più intimi avrebbe detto molto soddisfatto: il mio incontro con Berlusconi è andato benissimo.

Se è ancora giallo Fitto sulle intenzioni da parte di Berlusconi di aprire o meno la crisi, una certezza e non di poco conto giunge a tarda sera.

Mario Monti sbatte la porta e lascia Scelta Civica, in polemica con Mauro che con altri 11 senatori si era detto soddisfatto della Finanziaria. Ma soprattutto, secondo ricostruzioni maliziose da Transatlantico, in polemica con il tentativo di Mauro di agganciare Berlusconi e il Pdl in un Ppe italiano. Tentativo che vale per quello che vale: Mauro e Sc sono una goccia nel mare rispetto ai  10 milioni di elettori berlusconiani.

Curioso però che Monti, l’ex premier che spodestò Berlusconi nel novembre 2011, sbatta la porta con motivazioni berlusconiane sulla Finanziaria: tutta tasse e niente crescita. Certo, tra il Cav e Monti corre un oceano, quanto a consensi. I voti di Sc sono una goccia nel mare rispetto ai 10 milioni del Pdl. Ma l’uscita di Monti è senza dubbio un fatto di valore politico tale da aumentare le fibrillazioni delle larghe intese. “Non non possiamo farci scavalcare certo da Monti nelle critiche  sulla legge di stabilità”, dicono nel Pdl, area lealista. Gli States davvero non portano fortuna a Enrico Letta.
   

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