Cronaca

La paura ed il "male minore"

Psichiatri e giudici spesso decidono in maniera timorosa (e facendo danni enormi)

aula tribunale

Daniela Missaglia

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Scoprire il vaso di pandora di uno dei tanti casi di (in)giustizia italica, ha consentito l’emersione di devastanti effetti collaterali, documentati da attestati di solidarietà che lettori qualificati mi hanno riconosciuto nell’aver detto chiaramente che, in tema di protezione dalle violenze di genitori inadeguati perché drogati o altro, nei Tribunali la paura di sbagliare è tale da indurre i giudici a partorire provvedimenti “miti” che producono più danni che benefici, seguendo modalità e sistemi che inficiano quello che la Legge ha voluto invece “prevenire”.
Uno psichiatra, di cui ometto la firma, ha rinvenuto un’assonanza fra la carenza di coraggio dei giudici e quelli della propria categoria di appartenenza e così mi ha scritto: “Mi ha colpito molto la sua considerazione su "Il Giornale" del 2 gennaio, dove lei dice che i giudici si destano dalla loro atavica prudenza solo quando scorre il sangue. Ha perfettamente ragione, ma allo stesso modo si comportano gli psichiatri mi creda, in relazione alla pericolosità di certi pazienti, assolutamente prevedibile, in base alla mia esperienza. Pensi che persino la vecchia legislazione psichiatrica era più lungimirante di quella attuale, quando prendeva atto della "pericolosità a sé e agli altri", considerata elemento decisivo per decidere un ricovero obbligatorio. Poi, la pericolosità è sparita dalla legislazione e persino dal gergo psichiatrico, salvo poi constatare che certe patologie descritte con varie perifrasi politicamente corrette, sono state, e sempre saranno, pericolose e dunque degne di attenzione psichiatrica e giuridica preventive”.

Questa considerazione mi riporta all’esperienza maturata nel campo giudiziario dove ho ben percepito gli effetti che il timore di decidere ha determinato sui professionisti che si occupano di disagi familiari.

Ho seguito il faticoso iter legislativo che ha partorito norme lodevoli, come quella che sancisce la bigenitorialità (pari diritti per madri e padri), svuotate però di contenuto all’atto pratico, laddove in Tribunale si continua comunque a considerare aprioristicamente la madre sempre il soggetto più idoneo a crescere i figli ed i padri separati sono costretti a mendicare un pomeriggio in più (un pernottamento sarebbe persino troppo) con i loro bambini o ragazzi, né più né meno di quando l’affido esclusivo materno della prole minorenne era la regola.

Lo sfogo dello psichiatra mi riporta poi alla teoria del “male minore”, peraltro  elaborata dalla categoria degli psicoanalisti quando rivestono il ruolo di consulente del Giudice per esaminare il nucleo familiare e suggerire la migliore forma di affidamento e collocamento della prole.
Secondo tale teoria può anche essere che un genitore stia alienando i figli all’altro, che mostri elementi di inadeguatezza e che i figli esprimano il desiderio di andare a vivere con l’altro genitore ma, e qui opera questa insana tesi, il cambiamento sarebbe troppo destabilizzante per i minori e così è meglio (il ‘male minore’) che stiano dove già stanno.
Il contentino è spesso un monitoraggio esterno o l’affidamento ai Servizi Sociali e così ci si lava la coscienza.

La prudenza e la paura dei magistrati contagia tutti coloro che operano al loro fianco, periti, assistenti sociali, crea un muro di omertà e pudore di cui ne fanno le spese le parti e, in genere, tutta la società.
La cronaca è piena infatti di sentenze agghiaccianti, kafkiane, in ogni campo del diritto, dove i colpevoli assurgono a vittime e viceversa, dove i danneggiati rimangono senza ristoro e se hanno la sventura di provare a difendersi, magari perchè aggrediti in casa propria, debbono affrontare la gogna giudiziaria e, come accaduto, vengono condannati a pagare i loro carnefici.

Sarei curiosa di vedere come sarebbe stata gestita da noi la notte di Colonia, dove nugoli di disadattati depravati (che alcuni chiamano 'risorse') hanno molestato centinaia di donne: magari qualcuno, come accaduto in passato, avrebbe persino trovato modo di incolpare le stesse donne per essere passate di là, per essersi messe un vestito troppo provocante (e scusate se era la notte di San Silvestro) o semplicemente per non essere state "a distanza di un braccio" dallo straniero, come il geniale sindaco (donna) di Colonia si permette di suggerie ex post.
Scriveva Alessandro Manzoni, caratterizzando Don Abbondio: “'Il coraggio, uno, se non ce l'ha, mica se lo può dare”, e Don Abbondio è l’emblema di tutti noi, ecco perché, dal grigiore della massa emergono gli eroi, quelli che – ne ho incontrati in tutti i campi e mestieri – ancora sono disposti ad assumersi le responsabilità delle loro decisioni.
Gli eroi possono guardare i Don Abbondio dall’alto in basso e di questi abbiamo uno straordinario bisogno per sperare nel futuro.

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