Colonia, il ratto delle donne

Le donne come vittime di guerra sono una costante di ogni conflitto bellico dall’alba del genere umano

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Immagini da un video sulle violenze a Colonia la notte di Capodanno, 1 gennaio 2016

Daniela Missaglia

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I fatti di Colonia, ancora da decifrare compiutamente, conducono però già a ritenere l’aggressione di massa avvenuta a Capodanno, non solo in Germania ma, anche, in Austria, Finlandia e Svizzera, come il frutto di un mandato pianificato che aveva per oggetto un obiettivo predeterminato e selezionato: le donne.

La storia, fin dai primi uomini sulla terra, ci ha insegnato come la conquista di un villaggio, un feudo, un castello, una città, veniva considerata piena quando i vincitori, oltre a fare scempio delle proprietà dei vinti, bruciando e confiscando, li privavano dell’intero comparto femminile.

Le donne come vittime di guerra sono una costante di ogni conflitto bellico dall’alba del genere umano: ghermite, stuprate, fatte schiave, uccise davanti ai loro uomini, rapite e rese fattrici o sollazzo delle truppe.

Il mitologico ‘ratto delle Sabine’ di Romolo è solo l’aspetto più ‘romantico’ di una pratica barbara ed inumana, dove le donne vengono relegate ad oggetto, suscettibili di passare di ‘proprietà’, come esseri inanimati.

Solo nel XX secolo il diritto internazionale umanitario, con le Convenzioni di Ginevra, ha dichiarato tale pratica crimine contro l’umanità, successivamente ribadito con lo Statuto di Roma e nell’ambito del Tribunale penale internazionale (ad esempio quello per l’ex-Jugoslavia).

L’input “molestate la donna bianca” che ha generato la follia collettiva di San Silvestro, non può pertanto essere derubricato a semplice crimine comune, frutto di un’orda non coordinata di giovani ubriachi o esaltati, da gestire quale reato di strada e punire secondo i codici ordinari, ma rientra in un deliberato atto di guerra, una strategia elaborata per far rivivere all’Europa i fasti medioevali in cui le donne si asserragliavano nelle fortezze e preferivano assumere il cianuro piuttosto che cadere nelle grinfie degli assedianti.

Gli scenari di guerra all’occidente finiscono ancora una volta per colpire la parte più debole della società, le donne, azzerando in un attimo decenni di battaglie per reclamare pari dignità ed opportunità con gli uomini, conquistare diritti sul lavoro, nelle istituzioni, nella rappresentanza politica.

In una notte questi sforzi, ancora lungi dal concludersi, sono stati azzerati facendo emergere la vulnerabilità della donna, inerme davanti alla violenza maschile, spaventata, preda delle orrende pulsioni che annebbiano la mente dell’uomo.

La nostra società, il nostro stato di diritto, deve reagire immediatamente, chiarendo con ogni strumento – giuridico e politico – che il mondo si è evoluto, che determinate dinamiche in occidente non potranno più realizzarsi, mai più: l’indignazione non è sufficiente.

Solo lanciando segnali precisi, compatti, senza distinguo o divisioni di fronte al pericolo incombente, possiamo dimostrare che in occidente la donna non è bottino di guerra, di nessuna guerra, né ora né mai.

 

 

 

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