Cittadinanza italiana, ecco come cambierà la legge

Il Governo ha depositato un progetto di modifica della Legge 91, saranno italiani anche i bambini nati da cittadini stranieri residenti da almeno 5 anni

Neonati in ospedale in una foto d'archivio – Credits: Ansa

Daniela Missaglia

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È passata sotto-traccia, in questo agosto afoso e vacanziero che, fisiologicamente, tende a distrarre l’attenzione di tutti, una riforma che cambierà radicalmente i meccanismi di attribuzione della cittadinanza italiana.
Da pochi giorni il Governo ha infatti depositato alla Camera dei Deputati un “pacchetto” di proposte sui nuovi diritti, proposte fra le quali si annida un progetto di modifica della Legge 91 del 1992 che definisce "cittadino per nascita il figlio di padre o madre cittadini".
Nel mondo esistono due macro-sistemi che regolano l’attribuzione della cittadinanza: 1) lo jus sanguinis (diritto di sangue), adottato nel nostro Paese da sempre, che non riconosce alcun rilievo al fatto di nascere nel territorio dello Stato, esigendo - invece - che i genitori siano, a loro volta, cittadini 2) e lo jus soli (diritto di suolo), che conferisce la cittadinanza a chi nasca sul territorio dello Stato a prescindere dallo status dei genitori.
In via estremamente semplificata, tolte eccezioni o deroghe poco significative sul piano statistico, il mondo è diviso in due tanto è vero che, se osservassimo un mappamondo che riproduca cromaticamente gli Stati con tinte diverse in funzione del sistema applicato, vedremmo che lo jus soli puro, incondizionato, è contemplato solo nel continente americano, dal Canada all’Argentina.
Perché? Per ragioni storiche evidenti: essendo un continente nuovo, dopo essere stato scoperto aveva bisogno di essere popolato.
Per rendere attraente il cosiddetto sogno americano e colonizzare le enormi distese e praterie, vallate e montagne, sostenendo l’economia e l’agricoltura locale, gli Stati successivamente formati garantirono a tutti coloro che provenissero dalla vecchia Europa che i loro figli, nati sul suolo americano, avrebbero ottenuto automaticamente la cittadinanza.

In Europa ovviamente il discorso era diverso e lo è, a maggior ragione, oggi alla luce dei poderosi flussi migratori che riversano centinaia di migliaia di persone dal Sud del mondo (si stimano 400.000 sbarchi solo in Italia nell’anno in corso) in cerca di fortuna o al riparo da una guerra.
Di fronte ad una siffatta emergenza il Governo, in luogo di chiudere le maglie per rendere più certi i diritti dei cittadini italiani - che guardano con preoccupazione il fenomeno migratorio e temono di vedere lesa la loro posizione di privilegio – si muove esattamente in controtendenza: la proposta di Legge del Presidente del Consiglio mira ad ammorbidire in modo significato il sistema pregresso e aprire ad una sorta di jus soli, con il rischio di rafforzare gli sbarchi, alimentati anche dall’attrattiva di una legge che consentirà di usare l’Italia come testa di ponte per conseguire la cittadinanza e poi circolare liberamente nel resto d’Europa.
Il nuovo testo, passato l’iter parlamentare, consentirà di acquisire la cittadinanza italiana anche a "chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia residente legalmente in Italia, senza interruzioni, da almeno 5 anni, antecedenti alla nascita" ovvero a “chi nasce in Italia da genitori stranieri di cui almeno uno sia nato in Italia e vi risieda da almeno un anno”.
Non solo.
Nei dibattiti già accesisi sul testo, la maggioranza pensa ad introdurre anche un’ulteriore scorciatoia legale per ottenere la cittadinanza, che verrà riconosciuta dimostrando di aver definito un percorso scolastico o di formazione professionale di almeno 5 anni.
Penso agli effetti pratici, oltre che prospettici, di una revisione normativa di questo tipo: l’Italia vedrà moltiplicare esponenzialmente il numero dei propri cittadini attingendo dalla massa migratoria giunta nel Belpaese e, in questo modo, attribuirà i connessi diritti, quello di voto in primis, a persone culturalmente lontane dalle nostre tradizioni.
Appare  dunque quantomeno intempestiva, sul piano storico e politico, una riforma così importante con ricadute anche sui nostri vicini di casa: un cittadino italiano sarà anche un cittadino europeo dotato della piena libertà di stabilirsi sul territorio di uno degli Stati membri, con buona pace di Francia ed Inghilterra che, solo in questi giorni hanno scoperto un problema che, con leggerezza ed egoismo, avevano liquidato come altrui.
Manca drammaticamente una linea comune della UE anche su questi temi: in luogo di ammonirci perché non abbiamo introdotto leggi sui matrimoni omosessuali, che stabiliscano – a Bruxelles e Strasburgo –una normativa uniforme in punto di cittadinanza, in modo che nessuno dei paesi aderenti possa fare di testa propria, esattamente come sta per fare l’Italia.

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