La demagogia delle preferenze
ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO
La demagogia delle preferenze
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La demagogia delle preferenze

Un'anomalia tutta italiana che favorisce il voto di scambio ed il potere dei giudici. Ed ora, quelli dei listini bloccati le invocano

Ormai non c'è più da stupirsi. Forse si puo' ancora provare un pizzico di divertita meraviglia quando taluni sfiorano il ridicolo per il repentino e radicale cambio di idee politiche. Si può cambiare casacca, se conviene. Ma le idee dovrebbero valere piu' di una sigla partitica.

Ecco allora che i nominati per antonomasia si trasformano di colpo nei paladini delle preferenze. Vanno rimesse perché 'ciascuno deve andare a chiedere il voto per sé, con il proprio cognome' tuona Angelino Alfano. 'I parlamentari vengano scelti dai cittadini e non dai partiti' e' lo slogan pro preferenze di Pier Ferdinando Casini. 'No ad un Parlamento di nominati', non e' Beppe Grillo che parla ma un tale Renato Schifani.

Le liste bloccate corte, di tre o sei nomi al massimo, su cui hanno siglato un accordo Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, diventano l'ignominia antidemocratica. E dire che molti degli improvvisati fautori delle preferenze sono gli stessi che hanno votato in aula l'approvazione del cosiddetto 'Porcellum' e sono entrati in Parlamento anche alle ultime politiche grazie alla loro posizione in listoni (bocciati dalla Consulta) di graziati dalle rispettive segreterie politiche. Bene ha fatto dunque Renzi a ricordare ad uno smemorato Gianni Cuperlo la 'singolarita' di chi si tramuta in paladino delle preferenze 'per gli altri', ma quando si e' trattato di scegliere se misurarsi con le primarie locali interne al Pd o entrare in un bel listino ad elezione sicura si e' ben guardato dal sottoporsi allo scrutinio popolare. E siamo sicuri che un fine intellettuale come Cuperlo avrebbe raccolto migliaia di preferenze, almeno quanto quelle di Mr. Franco Fiorito.

Perche' il discorso e' questo. Le preferenze costano. E non premiano necessariamente i piu' bravi e i piu' competenti, ma i piu' 'generosi'. Vorra' pur dire qualcosa se alle ultime regionali soltanto il 14% degli elettori lombardi le ha usate. In Calabria? Il 90%.

Le preferenze non esistono in Francia, Spagna, Germania, Gran Bretagna. A Westminster si entra dopo una competizione in collegi uninominali, gli stessi che 21 milioni di cittadini italiani hanno scelto nel 1999 votando a favore della loro introduzione grazie ad un referendum dei Radicali. Certo, neanche stavolta i partiti si sono accordati sull'uninominale. L'accordo possibile - la politica deve fare i conti con le machiavelliche virtu' della 'necessita'' - si e' raggiunto attorno a liste corte di persone scelte dai partiti e che i partiti propongono agli elettori giocandosi la loro credibilità. E' meglio che quegli elenchi di nomi siano il piu' corti possibile affinche' i candidati siano meglio conoscibili. Ciò' detto non farebbe male, di tanto in tanto, un bagno di realismo.

Il meglio e' nemico del bene. Per fare bene, che e' gia' tanto, serve che in tempi brevi il Parlamento approvi una legge elettorale in grado di garantire la governabilita' del Paese. Senno' potete scordarvi le tanto osannate riforme.

Ai demagoghi delle preferenze bisogna rispondere semplicemente: tenetevele!

Non c'e' peggiore ipocrisia di quella di coloro che un giorno tuonano contro i mille Batman d'Italia e quello dopo si cimentano nella teutonica difesa del diritto dei cittadini a scegliere gli eletti. Come se tale diritto si garantisse soltanto attraverso le preferenze e fosse quindi negato agli elettori inglesi, francesi, spagnoli e tedeschi. Poveri loro, fortunati noi. La verità e' che le preferenze sono una specialità tutta italiana, che aumenta a dismisura i costi delle campagne elettorali (e il relativo finanziamento illecito).

Ecco, spiegatemi come le preferenze favorirebbero il voto d'opinione e non quello clientelare. Spiegatemelo sfogliando i 'prezzari' che esistono in tanti luoghi del sud Italia, non solo a Napoli. Spiegatemi poi in che guazzabuglio ci troveremmo con le preferenze e la normativa sul 'voto di scambio'. Ditemi se non volete lasciare i politici in mutande di fronte alle bande di magistrati pronti a spiccare mandati di arresti cautelari e avvisi di garanzia quando il voto massiccio in un territorio diventi la spia di possibili collusioni e promesse illecite. Se passasse il testo ancora piu' stringente gia' licenziato dalla commissione giustizia del Senato, sarebbe davvero la dittatura giudiziaria. Basterebbe cioe' che un politico ' si metta a disposizione' per far scattare le condanne (fino a 12 anni di carcere).

Provate a immaginare che cosa accadrebbe in regime di preferenze. Inquisiti ancor prima di essere eletti. Ecco, svegliatevi. E' soltanto un incubo.

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