Legge antiterrorismo: il bicchiere è mezzo pieno

Tra le novità positive c’è il coordinamento unico dell’antiterrorismo presso la Procura Antimafia. Ma per i "servizi" c’è ancora da lavorare

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ANGELINO ALFANO – Credits: DANIELE SCUDIERI / Imagoeconomica

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

Il governo italiano batte un colpo contro il terrorismo. “Nuove regole molto dure e molto serie” le ha definite il ministro dell’Interno, Angelino Alfano. Sono le nuove normative approvate dalla Presidenza del Consiglio per decreto, e ora in attesa della firma del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Una delle sue prime firme da capo dello Stato, tra l’altro, se non la prima in assoluto.

 Inutile ricordare che le decretazioni d’urgenza e le leggi fatte sull’onda dell’emotività hanno spesso carattere illusorio e, alla lunga, controproducente, quando non direttamente negativo per il diritto. E questo vale tanto per il codice civile (il cui corpus originario risale al 1942) quanto per quello penale (risalente al 1930) che, se hanno bisogno di riforme, certo hanno bisogno di riforme organiche e non di aggiustamenti frutto della contingenza.

 Ciò detto, l’elenco diramato dal Viminale non aggiunge veri e propri nuovi reati, ma si concentra soprattutto sul potenziare e rafforzare i poteri e le pene esistenti, anzitutto per i cosiddetti “foreign fighters”. Con questo decreto, inoltre, d’ora in poi i prefetti avranno maggiori poteri di espulsione nei riguardi di stranieri che si preparano a prendere parte a conflitti ed è previsto il ritiro del passaporto per chi è sottoposto a misure di prevenzione. 

 

Le pene per i “foreign fighters”
Sarà reato non solo reclutare i combattenti, ma anche andare a combattere all'estero. Le pene previste vanno dalla reclusione da 3 a 6 anni per chi si arruola nelle organizzazioni terroristiche e per chi supporta i combattenti, organizzando, finanziando e facendo propaganda, fino a una forbice compresa tra i 5 e i 10 anni per chi si auto-addestra all'uso delle armi, con aggravanti per chi lo fa via web.

 Per quanto riguarda la rete, mezzo di veicolazione di numerose attività terroristiche, sarà istituita una “black list” presso il Viminale per monitorare i siti internet che sostengono il terrorismo e l’autorità giudiziaria potrà decidere se e quando oscurarli. Fatto, quest’ultimo, che però ha in seno anche delle controindicazioni, poiché se un sito internet sospetto viene “spento”, si ottiene sì uno stop alla propaganda terroristica, ma si perde da parte degli inquirenti anche la possibilità di continuare a monitorare e controllare i potenziali criminali e le loro attività eversive.

 


Non procurarsi informazioni sul nemico, e combattere per anni, per evitare di compensare agenti segreti abili è un’azione che va contro il popolo, è indegna di un generale, di un retto consigliere del sovrano, di una persona che possa raggiungere la vittoria Sun Tsu, filosofo cinese

La Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo
Mentre la vera novità nel decreto, questa davvero positiva, è relativa al coordinamento unico dell’antiterrorismo, che d’ora in poi avrà la sua centrale operativa presso la Procura Nazionale Antimafia. “Non una nuova entità” come ha sottolineato il ministro della Giustizia, Andrea Orlando “ma una Procura nazionale antimafia ed antiterrorismo”.

 Orlando ha ragione quando afferma che un simile provvedimento “era atteso da anni da parte di chi indaga su questo fronte”, perché indubbiamente occorrevano sia una trattazione uniforme in materia di terrorismo sia una sensibilità unica nell’approcciarsi al codice penale per questo genere di reati. D’ora in poi, dunque, presso le sedi distrettuali della Procura Nazionale Antimafia vi sarà anche un ufficio interamente dedicato all’antiterrorismo.

I servizi segreti
Per quanto riguarda l’intelligence, invece, le misure annunciate rappresentano solo un piccolo passo in avanti rispetto a un sistema che, anche a causa della cronica paura di “devianze”, è stato gravato da un eccessivo ombrello protettivo di burocrazia, che spesso rende quasi impossibile l’attività giornaliera d’intelligence.

 Ad esempio, la legge 124 del 2007, che ha riformato il comparto dell’intelligence italiana, proibisce in modo categorico ai servizi segreti di avere rapporti con, tra gli altri, giornalisti, pubblicisti e membri del clero. È un divieto irragionevole che, per dire, impedisce ai nostri apparati di sicurezza di reclutare come fonte informativa un giornalista di Al Jazeera o l’Imam di una moschea ufficiale.

 Adesso, questo piccolo passo avanti consente agli agenti dei servizi di fare colloqui investigativi in carcere, previa autorizzazione, ma le norme per le attività sotto copertura e per le cosiddette “operazioni speciali” sembrano ancora avviluppate da una tale quantità di lacci burocratici da renderle applicabili solo parzialmente. L’intelligence, invece, è uno strumento informativo indispensabile per i governi che, se vogliono essere correttamente informati, devono costruire apparati in grado di muoversi all’interno di regole certe ma elastiche, al pari di responsabilità che devono essere dirette e certe.

 Ciò detto, le leggi sono buone o cattive, a seconda di chi le applica e in quale maniera. La legge vigente sui servizi segreti italiani spesso non consente loro di agire in base a situazioni già conosciute e analizzate, ma solo in seguito a una notizia di reato.

 Eppure lo diceva già nel V secolo a.C. il generale-filosofo cinese Sun Tzu, che le informazioni vanno reperite prima e non dopo i reati: “Non procurarsi informazioni sul nemico, e combattere per anni, per evitare di compensare agenti segreti abili è un’azione che va contro il popolo, è indegna di un generale, di un retto consigliere del sovrano, di una persona che possa raggiungere la vittoria. Ciò che permette a un principe illuminato e a un abile generale di sottomettere il nemico e conseguire risultati straordinari, è la capacità di previsione. Ma la capacità di previsione non è un dono degli Dei, né si ottiene interrogando spiriti e fantasmi, né con ragionamenti o calcoli. Si ottiene impiegando uomini che ci informano sulla situazione del nemico”.

 Troppo poco, troppo tardi
Il nuovo decreto, dunque, rafforza sì l'intelligence, favorendo le operazioni sotto copertura e allargando le garanzie funzionali per gli infiltrati. Così come il personale dei servizi d’ora in avanti potrà deporre nei processi mantenendo segreta la propria identità. Ma l’iniziativa del governo poteva (dovrà?) mettere mano con più decisione alla Legge 124 sui servizi di sicurezza, che negli ultimi cinque anni è risultata inadeguata a garantire piena efficienza e produttività da parte di questi organismi.

 Eppure, la minaccia del terrorismo internazionale non l’abbiamo scoperta con lo Stato Islamico né con l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo. Senza andare troppo indietro nel tempo, fin dall’11 settembre del 2001 i governi che si sono succeduti alla guida della Repubblica avrebbero dovuto suggerire un adeguamento qualitativo e quantitativo delle norme per gli apparati d’intelligence.

 La maggior parte delle misure annunciate per bocca del titolare degl’Interni appaiono ancora troppo concentrate sulla prevenzione statica (ampliamento dell’Operazione Strade sicure, 500 militari a difesa dell’Expo, etc.) e sulla repressione giudiziaria (nuove pene e Procura Nazionale Antiterrorismo). Mentre invece, sul piano della sicurezza cautelativa e della prevenzione strategica a lungo termine, che può e deve essere garantita da reti d’intelligence estese e ben strutturate, si poteva osare di più.

 

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