Le guerre che il Csm non vede
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Le guerre che il Csm non vede

Della guerra Robledo-Bruti Liberati e del correntismo interno al Consiglio superiore

Da alcuni mesi anche i lettori meno attenti si sono accorti che alla Procura di Milano è in corso un violentissimo scontro tra il capo, Edmondo Bruti Liberati, e uno dei suoi più stretti collaboratori, il procuratore aggiunto Alfredo Robledo. Detta in breve: i due si sono scambiati accuse gravissime sulla conduzione delle inchieste (non si parla di fascicoletti sull’abigeato, ma dell’Expo o del Mose), sull’assegnazione delle indagini, sugli atti da compiere. Una guerra che, in qualsiasi altro ufficio pubblico o privato, si sarebbe risolta con l’avvicendamento di uno dei due o con una precisa direttiva su chi deve fare che cosa e con l’indicazione tassativa sui confini entro i quali ognuno avrebbe dovuto muoversi.

L’organo che avrebbe dovuto dirimere la vicenda è il Consiglio superiore della magistratura. Il quale ha indagato, audito, approfondito, dibattuto, valutato. Stava anche per decidere chi aveva torto e chi ragione, fatto più unico che raro, quando a poche ore dal voto è stata recapitata a palazzo una «lettera riservata» del presidente della Repubblica. Che ha avuto effetti dirompenti perché capace di far battere in ritirata chi aveva già messo nero su bianco le sue conclusioni a sfavore del procuratore. Un fatto inaudito. Il Csm ha così deciso di non decidere (un classico) e i due litiganti sono tornati immediatamente a farsi la guerra, dandosele di santa ragione. Badate bene: non parliamo di dispettucci tra colleghi, ma di comportamenti legati a delicatissime inchieste giudiziarie; al punto che uno degli indagati, stufo della manfrina tra capo e aggiunto,  s’è messo a fare lo sciopero delle dichiarazioni.

Così il procuratore generale di Milano è tornato a rivolgersi al Csm (e campa cavallo) per censurare il comportamento del procuratore. Il vicepresidente del Csm, quello che aveva ricevuto la «lettera riservata» di Giorgio Napolitano, ha commentato «il caso Milano per noi è chiuso» e forse mentre lo diceva si riferiva agli occhi che il Csm ha pilatescamente chiuso confezionando questo bel capolavoro. Insomma, una telenovela della peggior specie. Luciano Violante, che sa perfettamente di che cosa parla, oramai lo ripete fino alla noia: «Le correnti della magistratura sono diventate luoghi in cui si costruiscono carriere. I componenti del Csm vengono da queste correnti e anche il personale amministrativo, dai segretari alle altre figure professionali, viene selezionato dalle correnti e questo fa venire meno la neutralità del Csm».

Ora mi rivolgo a voi, gentili ministro della Giustizia e presidente del Consiglio: che bisogno c’era, dopo 4 mesi dall’insediamento del governo, di perdere tempo con le 12 linee guida sulla riforma della giustizia e buttare la palla avanti almeno fino a settembre? La verità è che ci voleva e ci vuole coraggio per sfidare i niet che arrivano dallo strapotere dei magistrati e condizionano lo sviluppo del Paese. Chiedo troppo, lo so. Continuate pure a fare melina.  

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