Le aree più turbolente del mondo nel 2015
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Le aree più turbolente del mondo nel 2015
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Le aree più turbolente del mondo nel 2015

Siraq, Israele, Ucraina, Libia e Venezuela: i focolai planetari dell'anno che si è appena concluso e di quello che si sta per aprire

1) Lo Siraq in fiamme e la crisi di Sykes Picot

video-isis Uno screeshot del video dell'ISIS contro i cristiani

Il cuore della guerra mediorientale, che i miliziani dell'Isis hanno portato fino a Parigi, si trova in quello che i think tank occidentali chiamano Siraq, l'area sunnita a cavallo tra Siria e Iraq in mano ai miliziani di Al Baghdadi, conquistata inizialmente grazie ai finanziamenti di alcuni hedge fund qatarioti e al contributo di uomini, armi e know fornito dagli ex ufficiali e soldati sunniti dell'esercito di Saddam che era stato sciolto nel 2005.

L'avanzata a partire dalle province ribelli irachene dell'Isis, un'organizzazione islamista nata sulle ceneri della vecchia Al Qaeda in Iraq dell'ex emiro Al Zarkawi, di cui Al Baghdadi era  luogotenente, è stata resa possibile da un mix di fattori di cui anche i Paesi occidentali portano parte di responsabilità: l'avventato sciogliemento dell'esercito di Saddam che ha indotto centinaia di ufficiali sunniti scontenti a ingrossare le fila della resistenza antiamericana; il doppiogiochismo della Turchia che, in chiave anticurda, ha per un lungo periodo chiuso un occhio, e forse due, di fonte al flusso di foreign fighters europei che oltrepassavano il confine turco per unirsi alle milizie islamiste; l'illusione americana che fosse sufficiente finanziare nel 2011 tutti i gruppi ribelli siriani (alcuni dei quali si sono poi uniti alle milizie di Al Baghdadi provenienti dall'Iraq) per abbattere Bashar Al Assad e infine la mancanza di un piano strategico condiviso da tutti i player dell'area (Stati Uniti, Russia,  Iran, Arabia Saudita) per sconfiggere prima l'esercito di Al Baghdadi e poi trovare una soluzione politica in Siria, qualora Assad dovesse decidere di fare un passo indietro.

L'internazionalizzazione del conflitto siro-iraqueno, che per un lungo periodo le cancellerie occidentali si sono illuse di poter confinare in un ambito regionale, è avvenuta soprattutto dopo l'entrata in guerra della Russia di Putin a sostegno di Bashar Al Assad, suo alleato strategico in Medioriente. Una decisione che ha creato una situazione paradossale sul terreno: i russi bombardano l'Isis ma anche le milizie filoamericane impegnate nella guerra contro Al Baghdadi e gli americani a loro volta colpiscono duro contro l'Isis ma anche contro chi, come le milizie filo-Assad, sono impegnate a contenere l'avanzata dello Stato islamico. Soltanto un accordo politico globale sul dopo Assad, di cui Putin e Obama hanno cominciato a parlare, potrebbe scigliere il groviglio, ripartendo magari proprio da Sykes Picot, il patto tra le grandi potenze coloniali dell'inizio del secolo scorso che ha disegnato i confini attuali in Medioriente.

2) Il caos libico in un Paese fallito

conflitto libia Proteste in strada contro la proposta Onu di Leon ABDULLAH DOMA/AFP/Getty Images

Due governi. Due parlamenti. Centoquaranta tribù. Duecentotrenta milizie armate. E lo spettro dell’avanzata dell'Isis anche nell'ex regno di Muhammar Gheddafi, il dittatore deposto nel 2011 grazie a una guerra occidentale, fortemente voluta dai francesi, che non ha contemplato un credibile piano post-bellico.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il caos, un Paese fallito, e ondate di profughi che dal mare hanno premuto per tutto il 2015 sui confini della Fortezza Europa. Come in Iraq dopo la deposizione di Saddam, l'Occidente si è illuso che la superiorità tecnologico-militare fosse sufficiente per ridisegnare un nuovo ordine. Errore fatale, anche questa volta, dettato da un misto di supponenza, incompetenza e anche voracità petrolifera, la vera ragione - quest'ultima - che avrebbe animato secondo gli analisti l'azione di Parigi nel 2011.

3) L'Ucraina terreno della nuova guerra fredda

Guerra in Ucraina 22 gennaio 2015. La scuola materna n°9 di Debaltseve, nell'area di Donetsk, in Ucraina, ridotta in macerie dai bombardamenti. EPA/ANASTASIA VLASOVA

Non ci vuole un genio per capire che la decisione di Barack Obama di finanziare i nazionalisti filoeuropei ucraini  quando al potere a Kiev c'era il corrotto regime filorusso di Yanukovich avrebbe prima o poi risvegliato l'orso russo, il suo orgoglio imperiale ferito ma non domato a oltre venti anni dalla dissoluzione dell'Unione sovietica.

Il fatto è che lo Stato ucraino  - diviso tra un'anima filoeuropea a ovest e un'altra filorussa nelle province orientali - dipende in larga parte dalle forniture energetiche della Gazprom, che la sua traballante economia è  in mano agli oligarchi russi, che le sue disastrate finanze dipendono essenzialmente dalla decisione russa se concedere o meno ulteriori prestiti e riaprire i rubinetti del gas. La fragile tregua figlia del protocollo di Minsk siglato nel 2014 e rinverdito nel 2015 ha di fatto fino a ora congelato la situazione, tra alti e bassi e nuove fiammate belliche, con decine di migliaia di soldati russi schierati al confine, senza però affrontare nessuno dei nodi politici che hanno scatenato la guerra.

L'Ucraina resta ancora oggi il terreno di scontro tra Est e Ovest, tra il progetto euroamericano di allargare la Nato fino ai confini con la Federazione russa e un Vladimir Putin che quest'anno, come dimostra l'occupazione della Crimea e la decisione di scendere in guerra in Siria, si è ripreso la scena planestaria. Anche in questo caso la soluzione passa, non già dalle armi, ma da un accordo politico globale tra le grandi potenze. Che però non si vede ancora all'orizzonte.

4) Il Venezuela e la maledizione del petrolio

venezuela-elezioni Un sostenitore del presidente Venezuelano Nicolas Maduro vestito come Ernesto Che Guevara dopo la sconfitta FEDERICO PARRA/AFP/Getty Images

La fine dopo 17 anni del chavismo, e la pesante sconfitta elettorale del partito di Nicolas Maduro, non consente a nessuno di tirare un sospiro di sollievo. Non solo perché il partito uscito vittorioso dalle recenti elezioni legislative è un variegato cartello elettorale (Mesa de Unidad Democratica) che comprende lo straordinario numero di 21 partiti, divisi a loro volta per ideologia e prospettive. Ma anche perché il buono stato dell'economia e dello Stato venezuelano dipende ancora oggi, in larga parte, dal prezzo del greggio sui mercati internazionali, risorsa da cui deriva oltre il 90% dei proventi delle esportazioni nazionali di Caracas

È la maledizione del petrolio: le classi dirigenti dei Paesi ricchi di petrolio creano un modello di sviluppo troppo dipendente dal petrolio e troppo poco diversificato. Finanziano spesso, come nel caso di Chavez, un welfare troppo esoso sul piano finanziario, che diventa insostenibile quando il prezzo del greggio di abbassa come è avvenuto nell'ultimo anno, fino agli attuali 40 dollari al barile.  Il rischio di una guerra civile, in Venezuela, non è purtroppo - avvertono gli analisti americani - un'ipotesi peregrina.
 

5) L'ombra della Palestina della III Intifada

Scontri fra palestinesi e le forze di sicurezza israeliani nel campo di Shuafat a Gerusalemme est THOMAS COEX/AFP/Getty Images

Non siamo ancora all'Intifada degli uomini bomba, ma a qualcosa di meno visibile, più disarticolato, privo di una apparente regia politica: accoltellamenti, automobilisti che investono passanti ebrei a Gerusalemme, frequenti scontri nelle aree ad alto insediamento ebraico nella West Bank.

A differenza che in passato, quando le classi dirigenti palestinese e israeliana mantenevano aperta almeno a parole una ipotetica prospettiva di pace, questa volta tiene banco solo l'irriducibile amicizia tra i due popoli, senza che alla Casa Bianca Obama abbia mai seriamente tentato di rilanciare il processo di pace. Malvisto da Benjamin Netanyahu, che durante l'ultima campagna elettorale ha persino seppellito il totem dei Due popoli, due Stati, sostenendo che mai con lui al governò nascerà uno Stato palestinese, Obama ha semplicemente messo la questione del conflitto in Terra Santa in fondo all'agenda, dimostrando che il famoso discorso al Cairo del 2008 è rimasto, appunto, solo iun discorso.

Dall'altro lato, Mahmoud Abbas, il leader dell'Anp, è troppo debole - anche presso il popolo palestinese - per permettersi di battere i pugni sul tavolo, come fece Yasser Arafat nel suo celebre discorso all'Onu sul ramoscelle di olivo nella mano sinistra e il Kalashnikov nella mano destra. Dalle pietre e i coltelli alle cinture esplosive il passo, nei Territori, è sempre stato breve.  E il countdown per una nuova Intifada,  sanguinosa e senza compromessi, è appena iniziato.
 

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