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ANSA/CLAUDIO PERI
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L'antimafia che fa tutto, tranne l'antimafia

La commissione parlamentare presieduta da Rosy Bindi censura Porta a Porta per l'intervista a Riina jr. Perché non si limita ai suoi compiti?

Ieri il presidente della Rai, Monica Maggioni, e il direttore generale Antonio Campo Dall'Orto, sono stati lungamente ascoltati (meglio, interrogati) in Parlamento.

Argomento, la puntata andata in onda mercoledì 6 aprile di Porta a Porta, condotta da Bruno Vespa, dove era stato intervistato Salvo Riina, 39 anni, figlio del boss Totò Riina. L'interrogatorio dei parlamentari è stato puntuto, lungo, severo. Domande insistenti. Alla fine, una mezza censura all'operato di Vespa. E benzina sul fuoco delle polemiche politiche.

Tutto questo, direte voi, accadeva in Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai. Macchè: tutto avveniva nella Commissione parlamentare antimafia, presieduta da Rosy Bindi.

In fondo a questo articolo, se mai avrete voglia di leggerlo, compaiono i compiti istitutivi della Commissione. Sono 13, tanti: la legge istitutiva della Commissione antimafia stabilisce possano essere esercitati con poteri importanti e intrusivi, equivalenti a quelli della magistratura ordinaria.

Eppure, leggete e rileggete se ne avete voglia, nulla si dice sull'informazione, nulla sulla Rai, nulla su quello che debba fare (o non debba fare) un qualunque giornalista.

Personalmente, sono dell'opinione che chiunque sia intervistabile, anche il peggiore malfattore. Non c'è nessuno che non meriti di essere intervistato. Perché i "cattivi" non dovrebbero parlare in tv o sui giornali?

Da un'intervista, anche a Belzebù, può uscire un'informazione che non c'era, una consapevolezza nuova, un'idea inedita. È sempre un arricchimento. Mi fanno paura quelli che dicono di no e sostengono indirettamente la censura: certe cose non devono andare in tv. Perché mai?

Ma non è questo il punto. Il punto è che la Commissione parlamentare antimafia non fa il suo lavoro. E non è la prima volta che esce dai binari delle sue competenze. Nel maggio 2015, prima dell'ultimo voto alle amministrative, la commissione aveva pubblicato la lista dei cosiddeti "impresentabili", gli incandidabili perché colpiti da condanne. Un altro compito che Rosy Bindi aveva attribuito alla sua commissione saltando a pie' pari le norme istitutive.

Un lavoro inutile, in quel caso criticato anche da Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità anticorruzione: “Io sono preoccupato" aveva detto "che la politica faccia le valutazioni su chi sia presentabile e chi no. Si tratta qui di un bollino blu che viene messo da un organismo autorevolissimo e presieduto da una persona al di sopra di ogni sospetto, che però resta un organismo politico quindi esprime sempre un giudizio politico”.

Uno allora si domanda: ma perché la Commissione parlamentare antimafia non resta aderente ai suoi compiti? Perché deve travalicarli? Forse le manca lavoro in quei settori che invece dovrebbero essere di sua competenza?

Forse che Rosy Bindi non si è accorta che a Palermo, nella Sezione misure di prevenzione che si occupa della gestione di beni confiscati ai mafiosi per miliardi di euro, ci sono magistrati indagati per una serie di gravi reati, e sono specificamente accusati di avere fatto osceno mercimonio degli incarichi di commissario? Non meriterebbe di essere quello IL TEMA di cui dovrebbe occuparsi in questo momento una Commissione antimafia?



La Commissione parlamentare bicamerale d'inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, secondo la legge istitutiva n.132/2008 (XVI legislatura) ha i seguenti compiti:

a) verificare l'attuazione della legge 13 settembre 1982, n. 646, e delle altre leggi dello Stato, nonché degli indirizzi del Parlamento, con riferimento al fenomeno mafioso e alle altre principali organizzazioni criminali;

b) verificare l'attuazione delle disposizioni del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, del decreto legislativo 29 marzo 1993, n. 119, della legge 13 febbraio 2001, n. 45, e del regolamento di cui al decreto del Ministro dell'interno 23 aprile 2004, n. 161, riguardanti le persone che collaborano con la giustizia e le persone che prestano testimonianza, e promuovere iniziative legislative e amministrative necessarie per rafforzarne l'efficacia;

c) verificare l'attuazione delle disposizioni di cui alla legge 23 dicembre 2002, n. 279, relativamente all'applicazione del regime carcerario di cui all'articolo 41-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni, alle persone imputate o condannate per delitti di tipo mafioso;

d) accertare la congruità della normativa vigente e della conseguente azione dei pubblici poteri, formulando le proposte di carattere normativo e amministrativo ritenute opportune per rendere più coordinata e incisiva l'iniziativa dello Stato, delle regioni e degli enti locali e più adeguate le intese internazionali concernenti la prevenzione delle attività criminali, l'assistenza e la cooperazione giudiziaria anche al fine di costruire uno spazio giuridico antimafia a livello di Unione europea e promuovere accordi in sede internazionale;

e) accertare e valutare la natura e le caratteristiche dei mutamenti e delle trasformazioni del fenomeno mafioso e di tutte le sue connessioni, comprese quelle istituzionali, con particolare riguardo agli insediamenti stabilmente esistenti nelle regioni diverse da quelle di tradizionale inserimento e comunque caratterizzate da forte sviluppo dell'economia produttiva, nonché ai processi di internazionalizzazione e cooperazione con altre organizzazioni criminali finalizzati alla gestione di nuove forme di attività illecite contro la persona, l'ambiente, i patrimoni, i diritti di proprietà intellettuale e la sicurezza dello Stato, con particolare riguardo alla promozione e allo sfruttamento dei flussi migratori illegali, nonché approfondire, a questo fine, la conoscenza delle caratteristiche economiche, sociali e culturali delle aree di origine e di espansione delle organizzazioni criminali;

f) indagare sul rapporto tra mafia e politica, sia riguardo alla sua articolazione nel territorio, negli organi amministrativi, con particolare riferimento alla selezione dei gruppi dirigenti e delle candidature per le assemblee elettive, sia riguardo a quelle sue manifestazioni che, nei successivi momenti storici, hanno determinato delitti e stragi di carattere politico-mafioso;

g) accertare le modalità di difesa del sistema degli appalti e delle opere pubbliche dai condizionamenti mafiosi, le forme di accumulazione dei patrimoni illeciti, di investimento e riciclaggio dei proventi derivanti dalle attività delle organizzazioni criminali;

h) verificare l'impatto negativo, sotto i profili economico e sociale, delle attività delle associazioni mafiose o similari sul sistema produttivo, con particolare riguardo all'alterazione dei princìpi di libertà della iniziativa privata, di libera concorrenza nel mercato, di libertà di accesso al sistema creditizio e finanziario e di trasparenza della spesa pubblica comunitaria, statale e regionale finalizzata allo sviluppo e alla crescita e al sistema delle imprese;

i) verificare la congruità della normativa vigente per la prevenzione e il contrasto delle varie forme di accumulazione dei patrimoni illeciti, del riciclaggio e dell'impiego di beni, denaro o altre utilità che rappresentino il provento della criminalità organizzata mafiosa o similare, con particolare attenzione alle intermediazioni finanziarie e alle reti d'impresa, nonché l'adeguatezza delle strutture e l'efficacia delle prassi amministrative, formulando le proposte di carattere normativo e amministrativo ritenute necessarie, anche in riferimento alle intese internazionali, all'assistenza e alla cooperazione giudiziaria;

l) verificare l'adeguatezza delle norme sulla confisca dei beni e sul loro uso sociale e produttivo e proporre misure per renderle più efficaci;

m) verificare l'adeguatezza delle strutture preposte alla prevenzione e al contrasto dei fenomeni criminali nonché al controllo del territorio anche consultando le associazioni, a carattere nazionale o locale, che più significativamente operano nel settore del contrasto alle attività delle organizzazioni criminali di tipo mafioso;

n) svolgere il monitoraggio sui tentativi di condizionamento e di infiltrazione mafiosa negli enti locali e proporre misure idonee a prevenire e a contrastare tali fenomeni, verificando l'efficacia delle disposizioni vigenti in materia, con riguardo anche alla normativa concernente lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali e la rimozione degli amministratori locali;

o) riferire al Parlamento al termine dei suoi lavori, nonché ogni volta che lo ritenga opportuno e comunque annualmente.

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