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THIERRY ROGE/AFP/Getty Images
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L'allarme è altissimo, mancano le risposte

Bisogna agire su controlli alle frontiere, sul territorio, azioni militari nelle zone dominate dall'Isis. Ma in Italia la reazione non c'è

Le cronache delle indagini successive agli attentati a Bruxelles ci confermano quanto scriviamo da molto tempo. E cioè che i terroristi e i loro fiancheggiatori non ricorrono a chissà quali sofisticati sistemi per pianificare le loro azioni: semplicemente vivono come noi e in mezzo a noi.

Si mimetizzano nelle nostre città, viaggiano e si incontrano facendosi scudo di alcune nostre conquiste come la libertà di comunicare o di spostarci da uno Stato all'altro. Sfruttano le falle di un apparato di prevenzione sfilacciato, farraginoso, incapace di connettersi per mettere a fattore comune le informazioni sensibili.

Prendere coscienza di tutto questo significa fare un passo indietro per adeguarci al principio di realtà che con i suoi morti sparsi per l'Europa ci dice come oramai sia ineludibile ripensare al modello di sicurezza.

Il cancro è tra noi, non ha la forma di un manipolo di infiltrati ma la grandezza di una metastasi della quale non conosciamo la reale portata: sappiamo però che il male, questo grande male, ha imparato perfettamente a evitare gli antidoti della prevenzione e a utilizzare i suoi buchi neri.

Cullarsi nell'affermazione apodittica che "in Italia siamo al sicuro" e che "da noi non può succedere un'altra Bruxelles" è da irresponsabili. Le stragi di questi anni ci dicono con tragica chiarezza che viviamo una catastrofe universale che non conosce né longitudine né latitudine: si colpisce in Pakistan e in Belgio, in Tunisia e in Francia, nelle Filippine e in Danimarca.

Ovunque. Perché, scusate se ripeto una banalità, nel mirino non c'è uno Stato ma la nostra idea di civiltà. Siamo quindi un obiettivo al pari degli altri Paesi ed è il momento di iniziare seppur tardivamente a ripensare alla radice le modalità di convivenza. Le frontiere, innanzitutto.

Senza il ricorso ai facili populismi dei muri da costruire, c'è la necessità di istituire controlli rigorosi presso qualsiasi imbarco o transito internazionale: aeroporti, navi, treni, dogane automobilistiche. Così come è giunto il tempo di bandire la retorica e predisporre una politica dell'accoglienza dei migranti attraverso una effettiva e certa identificazione di chi viene recuperato in mare.

Abbiamo già numerosissimi casi di delinquenti travestiti da profughi, compresi soldati e predicatori di odio sbarcati e accolti con troppa facilità. Oggi siamo alla vigilia di un nuova ondata di arrivi di proporzioni epocali: siamo davvero decisi a evitare di metterci in casa potenziali terroristi? Sappiamo perfettamente che non esiste né potrà mai esistere la certezza di essere al sicuro.

La responsabilità di chi governa dovrebbe passare però dall'analisi degli errori commessi fino a oggi e dall'elevatissimo grado di minaccia che incombe sull'Italia. Sono tre le direttrici su cui agire: controlli alle frontiere, sul territorio, azioni militari nelle zone dominate dall'Isis. Dopo le stragi in Belgio abbiamo pensato di cavarcela con il solito armamentario: qualche poliziotto in più negli aeroporti, due o tre scorte in aggiunta e un paio di vertici. Pensare di essere infallibili e illudersi di cloroformizzare la paura con dosi rassicuranti di retorica non servirà. A ogni azione dovrebbe corrispondere una reazione. A oggi questa reazione non è pervenuta.

Bruxelles: gli attentati

EPA/LAURENT DUBRULE
Bruxelles, 22 marzo 2016, passeggeri dopo l'attentato in aeroporto.
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