Una triste gara tra bugiardi

Per la seconda settimana Panorama inchioda i protagonisti della vicenda Boschi. Ma la vicenda viene ignorata. E cade nel silenzio

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La famiglia Boschi: da sinistra, Pier Luigi, Emanuele, Pier Francesco, Stefania Agresti e il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi – Credits: Imagoeconomica

Giorgio Mulè

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Per la seconda settimana ci occupiamo con la storia di copertina del caso Boschi. Lo facciamo perché nuovi documenti e nuove circostanze inchiodano i protagonisti di questa vicenda alle loro responsabilità. Ai lettori di Panorama non sarà sfuggito che i telegiornali nazionali, al contrario di tutti i quotidiani, hanno ignorato la vicenda. Il perché è chiaro anche a un bambino: la narrazione renziana non accetta alcuna nota stonata che possa disturbare la dolce e fallace melodia del premier.

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Decidere di assecondare questa marcetta è problema di coscienza (deontologica e personale) che ognuno vedrà di risolvere con se stesso. Di certo è assai significativo che non una parola, foss'anche per accusare Panorama di aver montato strumentalmente un caso (un classico, insieme alla sempiterna gnagnera della "macchina del fango"), sia stata pronunciata sulla vicenda dai prolifici gendarmi renziani.

Anche in questo caso il busillis è di assai facile soluzione: i fatti non si possono smentire neppure con una spericolata arrampicata semantica. I nuovi elementi che offriamo in questo numero stanno lì, copiosi, a suggerire ai protagonisti di trarre ognuno per la propria parte le conclusioni.

- LEGGI QUI l'anticipazione dell'inchiesta

L'immagine che ritrae il 24 ottobre 2013 Pier Luigi Boschi, all'epoca indagato dalla Procura di Arezzo per estorsione, in platea a seguire un convegno organizzato dalla stessa Procura mentre il suo "inquisitore" Roberto Rossi disquisisce di "imprese e legalità" con l'onorevole Maria Elena Boschi in prima fila, vale più di ogni editoriale.

In quell'istantanea manca solo l'avvocato aretino Giuseppe Fanfani, difensore di Boschi, che ritroviamo oggi al Consiglio superiore della magistratura - indicato dal Pd di Matteo Renzi e Maria Elena Boschi - nella veste di "giudice" che dovrà decidere se trasferire ad altra sede il magistrato che indagò sul suo assistito.

Il Csm è organo indipendente di rilevanza costituzionale ed è la sede dove va tutelata l'autonomia e l'indipendenza della magistratura: l'avvocato Fanfani, a fronte del diniego assoluto di Rossi pronunciato proprio davanti alla prima commissione del Csm di conoscere alcun membro della famiglia Boschi, avrebbe avuto il dovere di segnalare che la circostanza era quantomeno inesatta essendo stato lui "controparte" di Rossi nei procedimenti penali che coinvolgevano Pier Luigi Boschi.

Non lo ha fatto e così è venuto meno al suo ruolo di "garante": non basta adesso cavarsela magari con una pilatesca astensione quando il plenum del Csm (che solo grazie a Panorama ha evitato in extremis di archiviare tutto) sarà chiamato a votare se trasferire o meno Rossi.

- LEGGI QUI la prima inchiesta su Pier Luigi Boschi

Su Fanfani pesa l'ombra di un favoritismo (familismo, stavo per dire), rileggendo oggi chi lo ha voluto al Csm, francamente insopportabile per il decoro delle istituzioni. Va da sé che anche la presenza di Rossi come titolare delle indagini su Banca Etruria (di cui Pier Luigi Boschi è stato vicepresidente già sanzionato da Banca d'Italia con una multa di 144 mila euro) è imbarazzante alla luce delle rivelazioni di Panorama e non garantisce la serenità delle parti offese, cioè i risparmiatori, rispetto alla sua autonomia e indipendenza.

E in ultimo eccoci al ministro Maria Elena Boschi, silente dopo il nostro scoop. Atteniamoci alla sua versione sulla totale "purezza" del padre, che però presuppone che: nulla sapesse che il babbo aveva definito nell'aprile 2014 un procedimento penale per dichiarazione infedele (volgarmente chiamata evasione fiscale) grazie al pagamento di una multa a fronte di un versamento in nero di 250 mila euro; nulla sapesse che quella multa era legata a un'inchiesta iniziata nel 2010 e condotta dal procuratore Rossi il quale aveva fatto anche perquisire la casa dove lei risiedeva con il padre. Mi fermo qui e mi chiedo: come può governare l'Italia un ministro che non sa quello che succede a casa sua?

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