Una provocazione: seppellite quelle macerie

A Roma è mancato il coraggio di delegare ai sindaci e le macerie sono rimaste dov'erano. Ora bisogna guardare avanti perché la storia non torna indietro

Terremoto: Amatrice a sei mesi dal sisma

Amatrice vista da Musicchio sei mesi dopo il terremoto che ha colpito il Centro Italia , 24 febbraio 2017. – Credits: ANSA/ GRILLOTTI

Giorgio Mulè

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È arrivato il momento di dire alcuni concetti chiari sul post terremoto dell'Italia centrale. Senza additare colpevoli, ma con molta serenità. Bisogna farlo adesso prima che un altro anniversario ci ricordi l'immensità di una tragedia che non può tollerare l'intermittenza della responsabilità e prima che ricominci l'epopea dei caschetti gialli indossati su vestiti da cerimonia tra la desolazione dei paesi cancellati.

Mi servirò di alcune frasi pronunciate dal vescovo di Rieti, Domenico Pompili, nella sua omelia a un anno dal sisma.

La ricostruzione sarà vera o falsa.

È falsa quando procediamo alla giornata, senza sapere dove andare. Mi chiedo: siamo forse in attesa che l'oblio scenda sulla nostra generazione per lasciare ai nostri figli il compito di cavarsela, magari altrove? Rinviare non paga mai. Neanche in politica, perché il tempo è una variabile decisiva. Questi dodici mesi sono lastricati di rinvii, di decisioni non prese, di tempo sprecato.

Atterriti dal fantasma della corruzione, a Roma è mancato il coraggio di delegare ai sindaci compiti che sono invece rimasti intrappolati in una foresta di burocrazia. Con risultati mortificanti e paradossali. Le macerie sono rimaste esattamente dov'erano.

E parliamo delle casette, ancora delle famose casette. Al 24 agosto su 3.649 ordinate ne sono state consegnate 743: poco più del 20 per cento. Una vergogna assoluta figlia dei dieci passaggi necessari prima di aprire un cantiere con una selva di enti che devono vagliare, cacadubbiare, segnalare... e di tutti gli incagli conseguenti.

L'inverno è alle porte e il freddo non è una variabile ma una certezza: dal momento che questo disastro non è figlio di madre ignota ma delle ordinanze partorite dalla ben nota "burocrazia" (Protezione civile, Commissario straordinario, Regioni) è così arduo togliere l'acqua a questo mostro e individuare uno e un solo soggetto attuatore per ogni Comune?

La ricostruzione al contrario è vera quando evita frasi fatte - "Ricostruiremo com'era, dov'era" - e chiarisce che ricostruire è possibile. Ma non l'identico, bensì l'autentico. L'identità di un borgo storico è sempre dinamica e la storia non torna mai indietro. Ricostruire vuol dire sempre andare avanti. Anche Amatrice rinascerà. Ma è bene che conservi perfino le ferite, perche da quelle le future generazioni apprenderanno che la città, più che dalle sue murae dalle sue vie, è fatta dall'ingegno e dalla passione di chi la edifica.

Non importa se a pronunciare quella frase "fatta" sia stato un baldanzoso Matteo Renzi il 30 ottobre 2016. Davvero, non importa. Quel che è centrale è, come intima monsignor Pompili, rendersi conto che "la storia non torna mai indietro". Non si potranno ricostruire Amatrice, Accumoli, Arquata e decine di borghi com'erano e dov'erano. È impossibile.

Lo capirono a Gibellina dopo il terremoto del 1968: il paese era stato annientato dalle scosse. Si dovette "re-inventarlo" a 20 chilometri di distanza. Alberto Burri, il grande artista umbro di Città di Castello, ebbe un'idea: compattare le macerie del vecchio paese siciliano, "armarle" con il cemento e fare un immenso cretto bianco di 8 mila metri quadrati. Un monumento gigantesco "così che resti ricordo di quest'avvenimento", annotò. Conservare le ferite significa questo: avere il coraggio di non dimenticare ma di osare. E allora: perché non "seppellire" le macerie dei luoghi irrecuperabili di Lazio, Umbria e Marche come sono e dove sono avviando con ingegno e passione la rinascita dei paesi a poca distanza?

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