Un naso lungo per il fisco

Salutiamo con gaudio l'annuncio del premier di intervenire sulle tasse. Ma non siamo fiduciosi che gli impegni verranno rispettati

Matteo-Renzi

Il primo ministro italiano Matteo Renzi – Credits: TIZIANA FABI/AFP/Getty Images

Giorgio Mulè

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La prova che questo giornale non è pregiudizialmente contrario all’attuale governo la trovate qui. Scoprirete che anche un "gufo" come Luca Ricolfi ha deciso di scendere dal ramo dove si era appollaiato (a mio giudizio solo per il tempo di una passeggiatina) e di fare un’apertura di credito a Matteo Renzi e alle sue impegnative promesse in tema di riduzione del carico fiscale. Chi scrive, oltretutto, non può che salutare con gaudio l’annuncio del premier (perché, al solito, solo di questo si tratta) di intervenire con l’accetta sulle tasse da qui al 2018. Per un fatto di coerenza.

Due settimane fa, infatti, Panorama invocava il "coraggio di cambiare" da parte dell’esecutivo e auspicava come al primo punto ci dovessero essere "politiche fiscali aggressive e rigorose in grado di favorire lo sviluppo" accompagnate da una "seria e drastica razionalizzazione della spesa pubblica". Siamo stati accontentati per l’uno e l’altro punto, abbiamo fatto strike direbbero gli americani.

Fatta la premessa guardiamo la realtà. Gli atti e le prove di decisionismo che questo governo e questo presidente del Consiglio forniscono quotidianamente sono in grado di farci guardare con fiducia al mantenimento degli impegni? Mi spiace, no. Proprio no. La strategia rimane sempre la stessa, è di respiro cortissimo e si riassume nella semplice constatazione che solo laddove c’è un presunto successo da rivendicare o un tornaconto politico si trovano tracce di Renzi.

Prendete i casi di Roma e della Sicilia. Il premier tocca con mano i disastri e le figuracce internazionali che gli costano le due amministrazioni a guida Pd, lancia intemerate e ultimatum che lasciano presagire interventi rapidi e risolutivi. Poi però fugge (nel caso di Roma) o si eclissa (la Sicilia), non recita la parte che è propria di chi governa: decidere. Così è, specularmente, su ogni altro dossier: dalla vergogna dei due marò "ostaggi" dell’India all’enorme questione dell’immigrazione. Passando per l’incasso silente e accondiscendente delle miserie politiche di casa nostra come il capitombolo di Denis Verdini, o l’ennesima giravolta a favore del Pd del fu avvocato del ceto medio al governo ovvero Angelino Alfano. Non solo.

Quando il primo giro di valzer, in cui il governo avrebbe potuto dar prova di fare sul serio sulla "spending review", si rivela una cacofonia con l’incapacità della maggioranza di varare le iniziali misure di risparmio, allora viene alla luce il peccato originale di un esecutivo che è frutto non di una volontà popolare, ma di un accordicchio di Palazzo alla vecchissima maniera. Per questo aspettiamo il ritorno del professor Ricolfi tra noi della tribù dei "musi lunghi", come da ultima definizione di Renzi. Magari lo farà quando toccherà con mano la fallacia delle promesse sbandierate dal gran capo della tribù dei nasi lunghi.

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