Matteo, la Brexit e la parabola del sultanello

Perchè il referendum inglese e i ballottaggi italiani sono due facce della stessa medaglia: un esame per David Cameron e per il nostro premier

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Sostenitori della linea Bremain, contro l'uscita dall'Unione – Credits: BEN STANSALL/AFP/Getty Images

Giorgio Mulè

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Quando il popolo vota bisogna avere sacralmente rispetto di ciò che decide. Per quanto il concetto possa sembrare banale o vetusto val la pena dargli una ripassata. Solo tiranni, dittatori e despoti rifiutano in radice l'idea della validazione popolare.

É un fatto che l'Unione europea da tempo abbia perso il contatto con il popolo. Per mille motivi, ma soprattutto per uno: manca a quasi tutti noi la coscienza di essere cittadini europei. Anzi. Ci allontaniamo sempre più da questa consapevolezza ogni qualvolta ci troviamo di fronte all'incapacità dell'Ue di dare risposte convincenti e condivise ai nostri bisogni (di sicurezza, di giustizia, di occupazione) e per questo continuiamo a definirci semplicemente italiani.

Proprio la Commissione europea ha certificato questo sentimento con una recentissima rilevazione secondo la quale la maggioranza degli italiani non si sente cittadino europeo; mentre il 57 per cento afferma addirittura di "non sentirsi attaccato all'Unione europea".

Una disaffezione profonda che ci avvicina ai Paesi tradizionalmente meno entusiasti dell'Europa. Tra questi c'è sicuramente il Regno Unito che il 23 giugno deciderà se rimanere o meno nell'Ue con un referendum che tutti conoscono ormai come Brexit. Dell'impatto che un'eventuale uscita del Regno Unito avrebbe per l'Europa e per l'Italia avete sentito parlare poco anzi nulla dalle nostre parti, come se la questione non avesse per noi alcuna importanza.

Siamo stati rapiti invece da una campagna elettorale per la scelta di alcuni sindaci davvero misera e fatta principalmente di miserie. Per dirne una: abbiamo dibattuto a tutti i livelli sulle Olimpiadi di Roma del 2024 quando in realtà si deciderà solo l'11 settembre 2017 quale sarà la città destinata a ospitare i giochi; e lo abbiamo dibattuto con la coscienza del fatto che non sarà certamente il sindaco - quale che sia - a determinare il verdetto.

Su ogni discussione, inoltre, ha prevalso un altro referendum, quello costituzionale già in calendario per ottobre. Con la falsa prospettiva che risolverà tutti i nostri guai. Il governo che si disinteressa a parole delle elezioni comunali e butta la palla avanti all'autunno, si è forse preoccupato delle conseguenze della consultazione inglese? Ovviamente no. La prospettiva, se mai dovesse vincere il SÌ all'uscita del Regno Unito dall'Ue, sarebbe quella di un imprevedibile effetto a catena che dalla Danimarca potrebbe arrivare all'Austria passando per Olanda e Svezia, fino a chissà dove.

La verità è che il referendum inglese e i ballottaggi italiani sono due facce della stessa medaglia: costituiscono un esame sia per David Cameron che per Matteo Renzi. E quando in democrazia si è bocciati a un esame popolare se ne dovrebbero trarre le conseguenze, soprattutto se - come nel caso dell'Italia - chi governa non è stato eletto. Altrimenti si tende a scimmiottare un tiranno o un sultanello; che magari resistono ma che di sicuro non fanno mai una bella fine.

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