L'Italia che Renzi non vede

Per ora solo fuffa per inseguire il consenso
 ma che non rimuove le catene che fino a questo momento impediscono
 all’Italia di riprendere a crescere

Matteo Renzi – Credits: Ansa

Giorgio Mulè

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Ogni tanto si scomoda a sproposito uno statista e lo si affianca a Matteo Renzi. 
È successo con Gerhard Schröder e con Margaret Thatcher, entrambi tirati
 in ballo durante la pantomima che ha accompagnato la discussione sul 
Jobs act e sulla riforma dell’articolo 18. Intendiamoci: se il nostro avesse
 un briciolo della loro competenza, della loro determinazione e della loro
 fermezza, sarebbe già un successo.

La svolta che seppero imprimere il
 cancelliere tedesco e il premier britannico è legata soprattutto al coraggio
 che ebbero nello sfidare l’impopolarità con misure laceranti nell’immediato,
 ma lungimiranti per il futuro. Quelle misure infatti obbedivano a un
 disegno strategico di benessere e prosperità per i loro Paesi; un disegno non
 campato in aria, tanto è vero che nel medio periodo ha dato i suoi frutti,
 abbondanti e risolutivi.
 Da queste parti invece assistiamo a un movimento tattico, alla mossa
 furbetta costruita esclusivamente per strizzare l’occhio a quella grande
 parte dell’elettorato che ha bisogno di masticare pane e illusioni. Ieri ci siamo 
inventati il "popolo" degli 80 euro, oggi la baggianata del Tfr contrabbandata
 come quattordicesima, domani l’assunzione di 150 mila precari della scuola.


Beh, si obietterà, ma sono tutti fatti conclamati dell’azione del governo. La 
risposta è semplice: è solo fuffa, fritta e montata per inseguire il consenso
 ma che non rimuove le catene che fino a questo momento impediscono
 all’Italia di riprendere la via della crescita economica.
 Lavoro, fisco, giustizia: è solo con un serio programma su queste tre
materie (lo ripeteremo fino alla noia) che il Paese potrà rimettersi in moto. 
Sul lavoro e la nuova (sic) disciplina per i licenziamenti gli eventi si
sono incaricati di dare ragione al titolo "L’ultimo bluff", ovvero l’avvio (per 
l’approvazione mettetevi comodi ad aspettare) di un’inutile riformicchia 
senza spina dorsale, che non ci darà credibilità in Europa e soprattutto non
 consegnerà alle imprese alcuna nuova possibilità di assumere. Sul fisco siamo 
all’anno zero, gli interventi sull’Irap sono solo un brodino e gli 80 euro non
 hanno avuto e non avranno alcuna efficacia né sul rilancio dei consumi, né
 sulla lotta alla disoccupazione.

La strada per diminuire seriamente le tasse
 e destinare fondi agli investimenti c’è, e Panorama la predica in maniera 
ossessiva: i tagli alla spesa pubblica, una sforbiciata netta da almeno 50
 miliardi su una montagna di oltre 830 miliardi.
 Renzi e i suoi, quelli col petto in fuori che intimavano al commissario
 Carlo Cottarelli di farsi da parte e proclamavano «i tagli li fa la politica,
 non i tecnici», si sono rimangiati la tracotanza dei loro annunci. E non sono 
stati capaci di dire basta a sprechi indecenti e diseconomie di scala come
 raccontiamo nel servizio di copertina. E siamo alla giustizia. Nonostante il
 defatigante dibattito, su questo fronte c’è tanta confusione, un inutile avanti
 e indietro ancora pieno di incognite. Il che è un pessimo presagio visto il 
cammino delle altre riforme, a cominciare dall’altro grande bluff sulla (finta)
 abolizione delle province che porterà risparmi risibili rispetto al passato. Per 
fare le riforme, e i tagli alla spesa pubblica, ci vogliono strategia, coraggio
 e competenza. Renzi ha tenuto a sottolineare di essere molto distante dalla
 Thatcher. Purtroppo, ne ha detta finalmente una giusta.

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