I delegati

L'impegno di Pietro Grasso in politica apre un interrogativo: può la politica assumersi da sola la responsabilità di governo senza arruolare un magistrato?

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Il premier Matteo Rensi e il presidente del Senato Pietro Grasso – Credits: ANSA/CLAUDIO PERI

Giorgio Mulè

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Il titolo di questo editoriale, come si conviene alle regole del giornalismo, sintetizza un ragionamento più ampio. Perché "I delegati"? Il riferimento è a Pietro Grasso, non alla persona degnissima che è, ci mancherebbe, ma al suo impegno politico. Al neo leader di Mdp, cioè; partito che sceglie un magistrato in pensione come guida e bandiera.

A scanso di equivoci: nei confronti dei magistrati non nutro un pregiudizio. Ma la sacralità della funzione di chi indossa la toga definita nell'obbligatorietà di essere terzo e dunque distaccato dall'adesione a una parte rispetto a un'altra mi appare come un ostacolo insormontabile: chi fa o ha fatto il magistrato non dovrebbe mai fare politica, né durante né dopo aver smesso di fare questo lavoro.

E ciò perché le convinzioni espresse in politica, necessariamente legate a scegliere una parte, portano legittimamente il cittadino a pensare che durante la sua attività da magistrato possa avere agito senza quella terzietà che è invece pre-condizione per essere credibile come giudice.

Se un partito di sinistra scommette sulla figura di un magistrato per definire la propria identità, annota con arguzia Giuliano Ferrara, il senso è uno solo: "Quando sul riformismo non hai nulla da dire non hai altra scelta che buttarti sul moralismo".

Andrei oltre e farei un passo indietro. Il tic di "coprirsi" con la toga è un vizio antico della politica. Solo per stare nella seconda repubblica e guardando a sinistra e a destra, tornano in mente i nomi di Antonio Di Pietro o dell'allora procuratore aggiunto di Milano, Gerardo D'Ambrosio, o del pm Tiziana Parenti tanto per rimanere nel recinto di Mani pulite. A che servirono queste personalità rese famose dalle loro indagini se non a garantire i partiti che li vollero da attacchi esterni sul tema della legalità?

Furono scudi di protezione come lo è, oggi, Pietro Grasso: chi si sognerà mai di attaccarlo? Terrorizzata dagli avvisi di garanzia e dalla necessità di esporre un marchio di pulizia al momento giusto, la politica dimostra di ripetere l'errore madornale di non sapere esprimere una classe dirigente e di sapere essere solo subalterna alla magistratura.

Così i 5 Stelle occhieggiano a Piercamillo Davigo o indicano fin da ora come eventuale ministro il pm Nino Di Matteo, che tra una cittadinanza onoraria e un'altra cerca consensi attorno all'inconsistente tesi d'accusa del "suo" processo sulla trattativa Stato-mafia; così lo stesso Mdp di Grasso corteggia l'ex procuratore nazionale antimafia Franco Roberti. E il Pd tenta da anni, prima come sindaco di Napoli e poi al Parlamento, di arruolare Raffaele Cantone nel frattempo gratificato dalla autorevolissima poltrona di presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione.

Un affetto così profondo da farlo esporre come un trofeo dal premier che lo nominò, cioè Matteo Renzi, all'ultima cena ufficiale di Barack Obama alla Casa Bianca. A questo punto fatevi una domanda: può la politica assumersi da sola la responsabilità di governare un Paese e per giunta sopravvivere bene senza ricorrere a un magistrato in servizio o in pensione? Date un'occhiata a chi è al governo negli Stati Uniti, in Francia, Germania o nel Regno Unito. Tranquilli, se po' fà...

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