La Siria e la guerra degli ostaggi
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La Siria e la guerra degli ostaggi
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La Siria e la guerra degli ostaggi

I clan sciiti del Libano catturano decine di siriani sunniti, mentre in Siria si moltiplicano gli sciiti libanesi e iraniani in mano ai ribelli.

La guerra civile in Siria s’incancrenisce e si allarga. Contagia il Libano, Paese confinante e storicamente dipendente o addirittura “vassallo” di Damasco. Infrange i confini. Si propaga nel modo in cui in Medio Oriente e nel mondo arabo sempre si sono propagati i conflitti, seguendo linee di demarcazione etniche, religiose e tribali. Transfrontaliere. Sovrastatali ma anche legate a situazioni locali, a feudi territoriali.

E la crisi siriana, ormai mediorientale, prende la forma di una vera e propria guerra degli ostaggi, antica passione dei libanesi. Che per il momento non ha come bersaglio gli occidentali o i cristiani, ma è tutta combattuta dentro l’Islam tra le fazioni sunnita e sciita in perenne competizione tra loro. Mentre infatti l’esercito di liberazione siriano (sunnita) cattura “pellegrini” sciiti iraniani che si rivelano poi essere militari in pensione e guardie della rivoluzione, e poi vicino a Aleppo un gruppo di undici sciiti libanesi accusati di aiutare le forze governative di Bashar al-Assad, in Libano si mobilitano gli sciiti della Bekaa, la valle a ridosso del confine con la Siria famosa per colture e traffici di droga, e reagiscono alla cattura dei loro consanguinei con il rapimento di siriani, un commerciante turco e forse uno saudita, in tutto tra venti e trenta, in pieno giorno e in un Libano che si risveglia contagiato dal disordine siriano.

Gli ostaggi del clan al-Moqdad, potente famiglia legata al mercato della droga e agli Hezbollah filo-iraniani, sono la risposta alla cattura di Hassan al-Moqdad, un quarantenne esponente del clan, da parte dei ribelli siriani che lo accuserebbero di fare il cecchino per Assad. Gli al-Moqdad minacciano, se Hassan non sarà liberato, di cominciare a uccidere i loro ostaggi: “Il primo sarà il turco”. Perché la Turchia appoggia i ribelli.

Minacce sono indirizzate anche ai cittadini dei Paesi del Golfo alleati dei ribelli siriani (tutti sunniti), e i governi di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Bahrein hanno subito reagito invitando i connazionali a lasciare il Libano. C’è il rischio di una escalation di sequestri in un Libano che ri-piomberebbe nel caos politico e nel disordine pubblico.

Già le fazioni estreme sciite hanno bloccato la strada dell’aeroporto intercettando le automobili con a bordo sunniti (costringendo anche un aereo francese a deviare su Cipro) e hanno vandalizzato e dato l’assalto ai negozi sunniti e aggredito cittadini siriani dopo la (falsa) notizia della morte di almeno quattro degli undici ostaggi libanesi sciiti detenuti a Azaz, vicino Aleppo, sotto i bombardamenti. Il confine tra prigionieri e ostaggi è sempre incerto. E dall’altra parte del confine, i ribelli siriani setacciano le automobili che arrivano dal Libano in cerca di sciiti.

Conseguenza del caos generato dalle primavere arabe che ricorda (per fare un paragone a noi vicino) il risorgere dei nazionalismi dopo il crollo dei regimi socialisti nell’Europa dell’Est e la caduta del Muro. Invece del senso d’appartenenza nazionale, valgono in Medio Oriente le affiliazioni religiose e locali. Il conflitto in Siria è diventato un braccio di ferro tra sunniti ribelli e alauiti-sciiti governativi. Scontro che si riverbera in Libano.

Intanto, il prezzo del petrolio aumenta per il timore di una propagazione mediorientale della guerra civile siriana, da Beirut scompaiono i ricchi turisti del Golfo e l’agitazione degli Hezbollah genera instabilità nel già instabile quadro politico libanese che vede i filo-iraniani e filo-Assad al governo. Come non bastasse, sul sito jihadista iracheno Honein una organizzazione sconosciuta che si presenta come “l’avanguarda salafita jihadista in Libano” minaccia a sua volta la famiglia al-Moqdad: “Liberate al più presto i nostri fratelli musulmani, prima che sia troppo tardi e che tra noi parlino le armi”. Lo stesso governo iraniano chiede ai ribelli siriani di liberare i pellegrini catturati nei giorni scorsi “in nome della fratellanza musulmana”. Non araba, perché gli iraniani non sono arabi. “Fratellanza” che però si manifesta per il momento a suon di mitra e rapimenti.

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