La linea rossa di Israele
AP Photo/Bilal Hussein
La linea rossa di Israele
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La linea rossa di Israele

Il bombardamento israeliano in Siria si spiega con il passaggio di armi per Hezbollah. Ma la chiave di tutto è nel futuro politico-religioso di Damasco

Per Lookout News

Cosa può significare concretamente il bombardamento  israeliano al centro di ricerca di Jamraya,  intorno a Damasco, avvenuto nella notte di sabato? Lo “strike” così repentino poteva avere più di uno scopo ma ha una sola spiegazione: ricordare a tutti che Israele, nell’ottica del contenimento della minaccia al suo popolo, non permette a nessuno di superare quello che Tel Aviv considera il livello di guardia invalicabile (la famosa “linea rossa”).

E questo è un protocollo standard dal quale Israele non si è mai discostato e dal quale non si discosterà neanche in futuro. Poiché in gioco c’è la sua sopravvivenza: “Intervenire in caso di movimenti sospetti” è proprio il principio su cui si fonda la guerra preventiva che Gerusalemme combatte ogni giorno, nella speranza di poter evitare un conflitto diretto e su più ampia scala.

Ora, all’intelligence israeliana è nota la presenza di armi chimiche a Damasco: la Siria è il Paese che ne possiede il numero maggiore in Medio Oriente. Tel Aviv monitora costantemente i magazzini dell’esercito regolare siriano dove sono stivate queste armi, parte delle quali si suppone siano ancora nelle gole di Qasioun, il paesaggio montuoso a nord di Damasco.

Israele aveva anche avvertito che non appena avesse rilevato spostamenti di armi dai magazzini dell’esercito siriano, avrebbe fatto scattare raid immediati. E, dopo che c’è stato un effettivo movimento di convogli - come rilevato dai satelliti e dai droni israeliani - l’operazione è partita immantinente, per distruggere le armi sfuggite ai precedenti raid. Dov’erano dirette, è presto detto: in Libano, dove tramite il regime siriano arrivano costantemente armi, talvolta recapitate direttamente da Teheran, per armare il nemico più pericoloso di Gerusalemme, Hezbollah.

Certo, all’interno della Knesset, il parlamento israeliano, così come tra i vertici militari e di governo, non vi è una granitica e univoca visione sul modo di sottrarsi al pericolo che si corre e la condivisione sulle soluzioni militari per estirpare le minacce non è totale. C’è ad esempio chi pensa, come i falchi del governo, che in Iran si debba intervenire militarmente e chi invece, come il Mossad (il servizio segreto per la sicurezza nazionale), ritiene più opportuna un’eliminazione chirurgica, passo dopo passo, di ogni minaccia estemporanea. Ma che in qualche modo si debba agire, questo è fuori di dubbio. Anche perché Israele di nemici ne ha molti.

I nemici di Israele

Oltre all’Iran, il pericolo più immediato per Israele è rappresentato certamente dal movimento sciita libanese Hezbollah, cui erano più specificamente dirette le armi intercettate e distrutte. Hezbollah - il “partito di Dio” che dal 1982 osteggia Israele in ragione di una questione più territoriale che religiosa - rivendica i territori occupati al confine tra i due Stati. In particolare, sono le fattorie di Shebaa l’oggetto del contendere: si tratta di un’area che, pur in territorio libanese, è gestita unilateralmente da Israele in ragione dell’occupazione strategica delle alture del Golan (1967). Che poi le “terre irredente” siano un argomento pretestuoso o strumentale per Hezbollah, questo è un altro discorso.

Ad ogni modo, il “partito di Dio”, sotto la guida del suo leader Hassan Nasrallah, mantiene un forte legame sia con l’Iran, con il quale condivide l’appartenenza all’area sciita dell’Islam, sia con la Siria degli Assad, i quali sono a loro volta sciiti (alawiti) e anch’essi orientati a contenere l’influenza del ramo sunnita dell’Islam nell’intera regione mediorientale.

Perché Assad sposta le armi

Sono dunque l’appartenenza a una causa comune - che sa più di sopravvivenza che di disegno politico - e la storica avversione per Israele, ad aver saldato nel tempo i legami tra Iran, Siria ed Hezbollah. Ma più di ogni altra cosa è la prospettiva della nascita di un califfato sunnita in Siria (che con molta probabilità sorgerebbe dalle ceneri del regime di Assad) a spaventare gli sciiti, forse più di una guerra con Israele: questa prospettiva, infatti, finirebbe per alterare significativamente anche i già precari equilibri in Libano e rischierebbe di vedere scomparire lo sciismo dallo scacchiere mediorientale, isolando l’Iran definitivamente. Per questo, Assad e i suoi alleati hanno tutte le ragioni per voler preservare se stessi fino alla morte. Lo spostamento in Libano di armamenti non è dunque solo in funzione anti-israeliana ma anche in funzione anti-ribelli: il regime sa che se queste armi finissero in mani sbagliate, il disegno politico di cui sopra sarebbe per sempre compromesso.

Solo su questo punto, Tel Aviv e Damasco concordano pienamente: le armi chimiche in mano ai ribelli non sono meno pericolose. Soprattutto per il fatto che all’interno di tale schieramento convivono gruppi jihadisti come Jabhat Al Nusra, che non solo mostra crescenti capacità militari e di coordinamento ma che, tra gli obiettivi che si prefigge, non contempla affatto il riconoscimento dello Stato di Israele.

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