La tarantella dei partiti

L'Italia è malata e con problemi da affrontare subito. Se nessuno ha la maggioranza, si dovrebbe pensare a una cura urgente. Senza ballare al suo capezzale

I bari

Il quadro in stile caravaggesco col titolo "I bari", che ritrae Luigi Di Maio, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi in abiti d'epoca, intenti a giocare a carte, e con accanto la firma "Sirante", apparsa su un muro di via de' Lucchesi a Roma, 13 aprile 2018. – Credits: ANSA/ TERESA CARBONE

Raffaele Leone

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In testa mi frulla la frase "l'Italia prima". Non tanto riferita al trumpiano "America first", quanto alla vere priorità, dimenticate in questi giorni di tarantella politica. Abbiamo votato quasi due mesi fa e ditemi in tutta sincerità se, da allora, avete assistito a uno spettacolo al cui centro ci siano le esigenze del Paese.

I numeri usciti dalle urne ci hanno detto questo: il movimento teleguidato da Grillo e Casaleggio ha preso una barca di voti, il centrodestra unito lo batte con una Lega in sorpasso su Forza Italia (che rosica non poco), il Pd è un fantasma, alla sua sinistra non c'è neanche il lenzuolo del fantasma.

Dunque ci sono i vinti, gli acciaccati e i vincitori. Ma questi ultimi non sono stati abbastanza vincitori da governare. Stallo.

Da lì è cominciata la tarantella. Io l'ho capita così: Di Maio ha messo la cravatta, ha sfumato il programma barricadero con cui ha sedotto gli scontenti, vorrebbe fare un governo con la Lega, ma per calmare i ghigliottinatori del suo web ha bisogno di sventolare uno scalpo e quale migliore scalpo di quello di Berlusconi, l'uomo più braccato d'Italia (da inchieste, establisment e intellighenzia di sinistra) come se fosse la causa unica di tutti i mali.

Salvini anche lui vorrebbe che Berlusconi si facesse da parte ma siccome gli serve anche l'elettorato moderato non può rompere il centrodestra, così fa gioco di sponda con Di Maio perché sia quest'ultimo a fare il lavoro sporco e a tirare giù la ghigliottina. Berlusconi di farsi tagliare la testa, dagli amici o dai nemici, ovviamente non ci sta. Voletei miei voti ma non volete me? I miei voti non puzzano e io sì? Bizzarro. Dunque si mette di traverso e rifiuta che il passaggio di consegne glielo impongano gli altri in questo modo.

Poi c'e Renzi. Vuol stare sdegnosamente sull'Aventino (mi avete fatto schiantare, ora andate a schiantarvi voi) mentre buona parte del suo apparato non vede l'ora di allearsi con i cugini grillini che gli hanno prosciugato i voti.

In mezzo, Mattarella, che dietro quella sua faccia da sfinge e quel suo tono monocorde muove nervosamente la gamba sotto al tavolo.

È questo spettacolo a farmi tornare in mente l'"Italia prima". Insieme a un ricordo. Qualche anno fa un amico fraterno fu colpito da un'infiammazione alla membrana cerebrale. Mal di testa insostenibile, febbre costantemente oltrei quaranta, medici in difficoltà. Niente sembrava aiutarlo, la moglie mi chiese consiglio.

E così mi rivolsi a un collega che si occupava di sanità. Mi disse che in quella città lui sapeva di un centro specializzato di cui mi diede il nome. Chiamai il primario che fu molto onesto: si fece spiegare i sintomi, si informò delle cure in atto, disse che in linea di massima gli sembrava ben assistito ma che se volevo aveva un posto in reparto.

Riportai queste informazioni alla signora. Lei aveva affidato il marito a un medico molto qualificato che oltretutto aveva salvato sua zia prima e suo padre poi, diventando così il medico di fiducia di tutta la famiglia. Capii dunque che era in enorme difficoltà a chiedere il trasferimento da quell'ospedale in un ospedale accanto. Poteva suonare come un gesto di sfiducia verso quel bravo medico che fino ad allora si era occupato così bene di tutti loro e che con solerzia stava prendendosi cura del marito. Ma doveva scegliere e doveva scegliere subito.

Scelse. Mi richiamò. "Trasferiamolo", disse. Così facemmo. Anche lì i medici impazzirono nel cercare la cura giusta, il mio amico stava per andarsene, la ragazza della stanza accanto con gli stessi sintomi non ce la fece, poi l'infiammazione si attenuò.

Non ci fu una diagnosi precisa, è possibile che sarebbe guarito anche nell'altro ospedale, ma la scelta di quella donna mi colpì. Aveva equilibri familiari da salvaguardare, tante variabili da tenere in considerazione, ma una sopra tutte: il marito. Salvarlo. Tentarle tutte. Il resto veniva dopo. E rischiò.

Quella decisione non l'ho più dimenticata, fu una lezione di assunzione di responsabilità coraggiosa. L'Italia è in difficoltà, malata e con problemi che necessitano di essere affrontati subito. Se nessuno ha la maggioranza per poterli affrontare, invece di puntare sottobanco alle elezioni bis, si dovrebbe pensarea una cura urgente.

Scendere a compromessi, mediare tra le proprie esigenze e quelle degli altri, fare un governo con tutti quelli che ci stanno in cui distribuire gli incarichi in base alle priorità che ciascuno si è dato, pensare a noi e poi tornare a noi per il giudizio. Metterci la faccia e spiegarlo. Fare come la moglie del mio amico, non ballare la tarantella attorno al capezzale dell'Italia.

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