L'italia poi

Il governo grilloleghista, scelto da un Paese stufo delle promesse non mantenute, sembra aver nella demolizione il suo unico programma politico. Quando deve occuparsi di ricostruire invece è tutto un "faremo, sceglieremo, decideremo"

citta-case

– Credits: iStock/Tomacco

Raffaele Leone

-

Se un grande condominio è costretto da anni di incuria a vivere in palazzi fatiscenti, con servizi carenti, una stabilità precaria, molti alloggi occupati e problemi di sicurezza per le strade, se la gente chiede migliori condizioni di vita, il mio dovere di governante è di prendere delle decisioni per risolvere la questione. 

Mettiamo il caso che io decida di partire dalla demolizione dell’edificio e che lo demolisca. Posso dire di aver risolto un problema trascurato da chi mi ha preceduto, posso far alloggiare provvisoriamente gli abitanti in albergo, posso nominarmi amministratore unico di quel condominio, posso avere la gente che mi ringrazia, posso fare festa sulle macerie di quel simbolo di malamministrazione. 

Ma poi devo costruire nuovi palazzi e devo costruirli migliori. Non posso sempre e soltanto brindare per aver distrutto quelli precedenti. Il governo grilloleghista eletto dal Condominio Italia stufo delle promesse non mantenute sembra invece aver fatto di quelle ruspe chiamate a gran voce il suo programma politico. Quando deve occuparsi di ricostruire è tutto un faremo, sceglieremo, decideremo. 

Poi, poi, poi. E se non fanno, non scelgono, non decidono come ricostruire quel condominio, c’è sempre un nemico a cui addossare la colpa: i predecessori, l’Europa, la finanza mondiale, il salotto buono,i poteri forti o l’establishment genericamente detti. 

Che governare non sia un passeggiata lo si sa. Vuol dire avere la capacità di districarsi tra le difficoltà, fare i conti con leggi, con le regole, con gli accordi presi, con punti di vista diversi, con tante nazioni che hanno la nostra stessa moneta. Vuole dire avere la capacità di trattare con gli interlocutori cedendo qualcosa e ottenendo qualcos’altro. Governare vuol dire fare politica. E fare politica vuol dire decidere. 

Sull’Ilva Di Maio dice: “L’accordo è una truffa” ma non decide. Sui vaccini si stabilisce che rimangono obbligatori “ma non possiamo discriminare chi non si vaccina”. Sulla Tav meglio non parlarne adesso. Sul Sud non si vede uno straccio di piano all’orizzonte tranne che l’assistenzialista miraggio del reddito di cittadinanza. Sulla flat tax siamo all’eventuale gradualità. Sull’occupazione, oltre ai nuovi legacci alle imprese, niente di niente. Sulla politica di sviluppo industriale, men che meno. 

Le infrastrutture sono sterco del diavolo e quelle che abbiamo vanno tolte ai privati genericamente mascalzoni per ritornare allo Stato padrone. L’Alitalia ce la teniamo e non cerchiamo alleanze straniere o capitani coraggiosi perché chi è più capitano e più coraggioso di noi? La parola d’ordine è: siamo il nuovo, dunque o si fa come vogliamo noi o non si fa. E siccome la politica è anche mediazioni, obblighi di bilancio e confronto con la realtà, non si fa. Si farà. 

Poi, poi poi. L’Italia poi. Ma lo slogan non era l’Italia prima? Per nascondere questo “poi” i toni vanno sempre alzati. Ricordate il comizio in cui i grillini chiedevano l’impeachment di Mattarella per poi rimangiarselo in poche ore? È un remake continuo di quella serata. 
Impeachment dell’euro, impeachment delle grandi opere, impeachment delle concessioni private, impeachment della Marina militare. 

Personalmente non ho trovato la linea dura sui migranti quello scandalo disumano e razzista che si è voluto dipingere. La mostrificazione di Salvini ministro della malavita la ritengo una stupidaggine. Se lo chiami moderato ti infila il dito in un occhio, ma il nazismo alle porte era ben altra cosa. 

Il capo leghista ha ridotto indubitabilmente gli sbarchi, ha svelato la strategia delle Ong, ha mostrato la vergogna di Malta che non soccorre i barconi nelle sue acque in attesa che arrivino nelle nostre, ha smascherato l’ipocrisia europea. 

Anche se la nave Diciotti mi è parsa una prova di forza eccessiva e un po’ pretestuosa. Guardatemi: io ministro della Repubblica sfido i prefetti, le nostre forze armate e i magistrati con l’avviso di garanzia sempre pronto. Insegno alla Chiesa a fare la carità cristiana. Lo faccio per voi e per la vostra sicurezza.

È un alzare i toni senza fine, la folla va in visibilio. Un alzare i toni che ha buon gioco quando Renzi prende la parola, quando le Boldrini-Boschi Sante Marie Goretti e il loro compagni partecipano al ballo in mascherina sulla nave della Capitaneria. La gran parte delle persone si chiede: “Ma questi sono ancora qui?”. Il leader leghista lo sa e passa all’incasso. Passa all’incasso anche quando sventola il drappo rosso di sfida sotto il naso del magistrato (“Venga a prendermi, sono io l’imputato, lo aspetto con la grappa”) e quel magistrato ricomincia a fare il toro nell’arena della politica. 

Abbiamo già dato. Inevitabile che la gente applauda un Salvini che scandisce: “Viene indagato un ministro che vi difende e non ci sono indagati su un ponte che crolla”. Applaude anche se è demagogia pura e manca qualunque nesso tra due inchieste così diverse. 

Nel frattempo il Condominio Italia aspetta. E se qualcuno chiede: quando possiamo avere un casa migliore? Avete cominciato i lavori? Che viabilità pensate di fare nel nuovo quartiere promesso dopo che avete demolito il vecchio? Con quali nuove linee di autobus andremo al lavoro? Costruirete delle scuole in zona per i nostri figli? La risposta è sempre la stessa: siamo stati gli unici a distruggere quei palazzi e altri ce ne sono da distruggere. È un lavoro lungo, non possiamo fare miracoli (dopo averli promessi). 

Ricostruiremo. Poi. Ma l’Italia ha poco tempo, i problemi non possono fermarsi alla nave Diciotti per quanto l’immigrazione clandestina avesse raggiunto livelli insostenibili negli anni passati. 

Sabato scorso mi confrontavo con un vecchio amico, bravo cronista politico di un altro giornale che come me prova a interrogarsi con curiosità e senza pregiudizi. Mi ha fatto una sintesi perfetta. “Questo governo non migliora le condizioni di vita degli italiani, ma sicuramente peggiora quelle dell’élite politica ed economica che è venuta prima. La rabbia era così profonda che questo alla gente basta”. 

Le basta vedere umiliare una classe politica stantìa, le basta vedere cadere nella polvere esponenti del gotha imprenditoriale, le basta vedere tagliare le pensioni agli Asor Rosa di turno, le basta vedere schiaffi su guance fino a oggi intoccabili. 

Ma per quanto tempo basterà peggiorare la vita di chi ha avuto il potere finora senza migliorare la vita nostra? 

E questo terremoto sempre più parossistico non rischia di lesionare anche edifici da salvaguardare? Finché porta consenso, insistere con i comizi è la via più facile. Dunque in prima fila si mettono le ruspe, non le gru della ricostruzione. 

I grilloleghisti sono sicuri che questa tattica dia loro respiro e garantisca altri voti alle prossime elezioni. I numeri e i pronostici sono dalla loro. Hanno una prateria davanti perché i loro oppositori politici si sono messi per buona parte in fuori gioco e non stanno attrezzando una nuova squadra di architetti, ingegneri, capicantiere, direttori dei lavori. 

Ma un governo che prende tempo nella ricostruzione è un azzardo che l’Italia rischia di pagare. Il re che avete combattuto è nudo, lo avete sconfitto e spogliato. Però se non vi date una mossa rischiate di lasciare nudi anche gli italiani. Più prima che poi. 

raffaele.leone@mondadori.it 

(Questo articolo è stato pubblicato sul n. 37 di "Panorama", in edicola il 30 agosto 2018)

© Riproduzione Riservata

Commenti