Cronaca

Grazie, fratello

Due storie parallele di fratellanza, quelle di Joy e Adilyn e di Fifì e Raniero. Perché non ci si può salvare del tutto se non si prova anche a salvare l'altro...

Fifì e Raniero

Raffaele Leone

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I primi e unici pugni che ho dato nella mia vita li ho dati a mio fratello. Poi mai più. Neanche ai ragazzotti fascistelli con cui ci si fronteggiava da studenti. Facevo il gradasso ma non ne ho mai colpito uno. Mio fratello invece da bambino l'ho colpito.

Quando ci azzuffavamo, il pugno in faccia era il limite da non oltrepassare e che metteva fine al corpo a corpo. Era il gong del nostro ring infantile in cui ci si fa le ossa. L'arma finale. Andare oltre voleva dire infilarsi su un terreno sconosciuto e infido.

Quei pugni mi hanno insegnato a non darne più. Fratelli e sorelle sono la nostra prima palestra di vita. Con loro sperimentiamo tutto. L'amore, l'amicizia, la solidarietà, la rivalità, gli egoismi, l'invidia e l'altruismo.

Sono i primi veri compagni, i primi coetanei con cui ci confrontiamo in profondità. Li vediamo crescere con noi, mangiare con noi, dormire con noi, piangere con noi, andare in vacanza con noi, guardare la tv con noi, giocare con noi. Insieme abbiamo, e dividiamo, gli stessi genitori. E già soltanto questo...

Con fratelli e sorelle ci misuriamo, plasmiamo tutto quello che ci rende essere umani. Li proteggiamo e ci piace quando loro proteggono noi. Avevo un compagno alle elementari che alle feste non si divertiva mai. "Non farlo più venire con il fratellino piccolo" suggerì mia madre alla mamma sua amica "sta tutto il tempo a preoccuparsi che non gli succeda niente, non riesce a godersi neanche un istante".

I fratelli sono un po' il nostro alter ego della crescita e questa simbiosi è naturale. Non è un caso che "fratellanza" travalichi i legami di sangue o che noi italiani, per esempio, si abbia la parola fratelli nell'inno nazionale. Fratello Sole sorella Luna diceva san Francesco. Il Grande Fratello è uno che sa tutto di noi. Almeno fino all'adolescenza il fratello è il nostro compagno di squadra e di vita. Poi crescendo e cambiando, uscendo dal guscio familiare, il campo da gioco si allarga, gli allenamenti e gli interlocutori mutano, le dinamiche diventano altre.

Tocca a noi custodire quel vissuto per farlo diventare un legame presente e futuro. Non sempre ci si riesce. C'è chi mantiene un rapporto stretto, chi meno stretto, chi conflittuale. Fratelli coltelli si dice e non è soltanto un modo di dire. I migliori fratelli di un tempo possono trasformarsi nei peggiori nemici. Come, in verità, fratelli che mal si intendevano possono diventare inseparabili. Quella prima palestra di vita è la vera età della formazione.

Ci pensavo guardando nei giorni scorsi le due foto struggenti che hanno colpito tanti di noi. Quella di Joy e Adilyn, fratello e sorella americani di sei e quattro anni,e quella di Fifì e Raniero, fratelli messinesi di tredici e dieci anni.

La storia di Joy l'ha raccontata in modo commovente Valeria Braghieri sul Giornale. Il piccolo è al capezzale della sorellina che se ne sta andando per un tumore. Di fronte a una tragedia per lui (solo per lui?) incomprensibile e devastante, le allunga il braccio, l'accarezza.

Lei, ormai semincosciente, quel braccino lo afferra, ci si aggrappa. Chissà quante volte si era aggrappata al suo ometto affettuoso. Guardate le loro mani, in quell'intreccio c'è tutto.

Fifì è il bambino che mentre la casa prendeva fuoco, invece di correre verso la salvezza, dicono sia tornato indietro perché indietro c'era Raniero. Io non so come sia andata esattamente, ma non mi stupirei. Fifi era attaccatissimo al fratello minore ed è dunque probabile che abbia deciso di non lasciarlo lì. Perdendo Raniero avrebbe perso se stesso, salvando Raniero avrebbe salvato se stesso. E me lo immagino in mezzo a quel fumo impenetrabile gridare il nome del suo compagno di vita e cercarlo con le sue mani di bambino.

Perché è questa la lezione che viene dalla meglio fratellanza: non ci si può salvare del tutto se non si prova anche a salvare l'altro. Ed è questo che mi ha ricordato il tredicenne Fifi, fratello maggiore di tutti noi.

raffaele.leone@mondadori.it

Questo articolo è stato pubblcato sul numero di Panorama in edicola il 21 giugno 2018

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