Carta bianca contro bandiera bianca

Noi siamo la carta stampata e la crisi la sfidiamo rivendicando e difendendo con le unghie e con i denti le nostre qualità e la nostra identità

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Raffaele Leone

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Anch'io da bambino avevo un mio GGG, il gigante buono del romanzo di Roald Dahl. Dormiva di giorno e si svegliava di notte. Me lo fece scoprire mio padre, di mestiere architetto e di nome Giacomo, quando progettò la sede de La Sicilia, il quotidiano di Catania. La hall del giornale ha una grande vetrata di fronte all'ingresso.

Papà ne aveva voluto fare un palco teatrale con vista privilegiata sul proscenio. Quando allora ci si spingeva fino a quel vetro, si poteva vedere, due piani più sotto, il gigante. Si chiamava Rotativa. Un enorme ammasso di ferro, di acciaio, di piombo. Silenzioso e buio di giorno, fragoroso e illuminato di notte quando si metteva in moto e gli operai correvano su e giù per tenere sotto controllo gli ingranaggi, l'inchiostro e i rulli di carta.

Quei rulli che partivano bianchi per poi riempirsi di titoli, di articoli, di fotografie e diventare giornali. Io non credo di essere un nostalgico, non rifuggo da internet che considero una meravigliosa invenzione, navigo con frequenza parsimoniosa, compro su Amazon, faccio ricerche con Google, ogni tanto consulto Wikipedia, ho l'abbonamento dei quotidiani sull'iPad.

Tutto ciò non riesce però a scalfire il fascino che hanno su di mei giornali di carta. Vi cerco idee, approfondimenti, punti di vista, perfino la piacevole lentezza della lettura. E sono anche un bell'oggetto, i giornali, non soltanto uno strumento.

Il gigante della mia infanzia mi affascinò subito, negli anni mi capitò di rivederlo, poi lo frequentai assiduamente quando cominciai a muovere i primi passi del mestiere quattro piani più su. E a tarda sera, dopo aver finito di scrivere i miei articoli, aspettavo che si svegliasse per farmi consegnare da lui le prime copie del giornale ancora caldo.

Era come andare dal panettiere a prendere una pagnotta appena sfornata. Dico questo perché, passati cinquanta giorni da quando sono diventato direttore di Panorama, più d'uno, dentro e fuori la Mondadori, mi hanno chiesto come mai le copertine della rivista hanno un tratto marcatamente bianco. Un tratto che ad alcuni piace, ad altri meno, ad altri affatto.

Magari un giorno cambierò, ma ho voluto cominciare con quel tratto bianco per sottolineare che noi siamo la carta stampata e che la crisi la sfidiamo rivendicando con orgoglio quel che siamo. Se dovessimo soccombere di fronte alla fretta del web, ci inventeremo qualcos'altro, ma intanto difendiamo con le unghie e con i denti le nostre qualità e la nostra identità.

Qualche anno fa, mentre attraversavo il Cile, mi venne incontro un signore trasandato. Aveva capito che ero uno straniero e mi si parò davanti fino a mettere il suo viso a pochi centimetri dal mio. Era arrabbiato, molto arrabbiato. Mi fissò per poi gridarmi con tutta la forza che aveva in corpo: "Yo soy mapuche". Io sono mapuche.

Apparteneva al popolo indigeno di quelle terre che nei secoli ha contrastato le invasioni degli incas prima e degli europei dopo. Adesso i mapuche sono rimasti una sparuta minoranza ma quel grido aveva una grande forza identitaria. Indimenticabile. "Io sono mapuche". Con quel segno bianco in copertina ho voluto far dire a Panorama: io sono la carta stampata. Guardatemi, sfogliatemi e vedrete che ancora ho qualcosa da darvi.

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