Politica

Balconi & Barconi

Il populismo dell'alleanza gialloverde alla prova dei fatti. In vista delle prossime elezioni europee e politiche che vi faranno seguito

Luigi Di Maio e Matteo Salvini

Raffaele Leone

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Mi auguro che gli strilloni del governo abbiano ragione. E non lo dico con sarcasmo, me lo auguro davvero. Perché se dovessero avere torto, ci lascerebbero in braghe di tela e peggio di come ci avevano lasciato i loro predecessori.

Quando Di Maio e Salvini dicono che anche con lo sforamento dei conti al 2,4 la crescita in Italia sarà robusta, accendo un cero e voglio crederci anche se i numeri prospettano il contrario.

Va bene che la stanchezza degli italiani verso la vecchia politica aveva superato il livello di guardia, va bene che gli elettori hanno dato carta bianca alle due forze populiste, ma avere sempre il megafono attaccato alla bocca non garantisce la soluzione dei problemi. Quel megafono, per esempio, aveva promesso interventi velocissimi per Genova e invece dopo due mesi siamo ancora qui a discutere di un decreto-lumaca mentre la situazione di quella città dopo il crollo del ponte è drammatica.

Se mi stordisci col volume alto del faremo subito-decideremo subito-cambieremo subito, quando scendi dal palco il subito deve essere subito. Se Renzi o Berlusconi si fossero affacciati dal balcone di Palazzo Chigi con i fan plaudenti a sventolare bandiere, se avessero festeggiato tra cocktail e sorrisi su un barcone tiberino le loro promesse e non i risultati raggiunti, se avessero cincischiato su chi doveva gestire i lavori per il nuovo ponte, se avessero fatto un maxicondono per evasori fiscali, ecco, se avessero fatto tutto ciò le pernacchie sarebbero state assordanti.

Quando i premier precedenti avevano da ridire sui tiggì della Rai o si spartivano le direzioni tv col bilancino, si gridava al bavaglio e alla lottizzazione. Di Maio si augura perfino la chiusura dei giornali che non esultano sotto il suo balcone e tutto va bene madama la marchesa.

Io mi auguro che i prepensionamenti di Salvini portino all'ingresso di altrettanti giovani nel mercato del lavoro, che il reddito di cittadinanza di Di Maio non sia come le scarpe che Lauro regalava ai napoletani in cambio di voti, mi auguro che non stiano facendo festa preventiva per ubriacarci ancora di slogan in vista delle elezioni europee.

Mi auguro che l'Europa vogliano migliorarla e non scardinarla così da precipitarci in un mondo nuovo sì, ma dall'incertezza nuova. Me lo auguro eppure ne dubito. E mi piacerebbe davvero che questi dubbi fossero dovuti alla mia ignoranza politica, che la mia moderazione fosse lo scrupolo di un italiano pavido.

Io non devo vincere le prossime elezioni come non sento di avere perso quelle del 4 marzo. Non ho votato per gli attuali governanti ma voglio che con quel risultato elettorale governino e governino bene.

Se tutta questa politica roboante dovesse essere soltanto un strategia per rafforzarsi ancor di più alle prossime Europee e poi ancora alle Politiche successive, se dovesse essere un azzardo sulla pelle degli italiani che hanno dato loro carta bianca, l'impeachment che Di Maio invocava contro Mattarella potrebbe ritornargli addosso come un boomerang. E lo stesso potrebbe accadere al Salvini che si scopre assistenzialista per convenienza elettorale.

Chi avrebbe tradito l'Italia se domani non staremo meglio di oggi, se ai nostri figli avremo lasciato un debito insostenibile? Innegabile la miopia di Bruxelles, sacrosanto pretendere una svolta, ma è strumentale ripetere il ritornello di un Europa che non vuole il boom economico promesso dai populisti.

Al voto al voto, così gliela faremo vedere a questi mascalzoni. Quando poi non ci sarà più niente da scassare, con chi ce la prenderemo? Forse converrà che le chiavi delle ruspe con cui si è conquistato il Palazzo vengano buttate nel Tevere. Non sia mai che gli italiani vogliano rimetterle in moto per travolgere i ruspanti se la nostra condizione peggiorerà.

Ci fosse il Matteo fiorentino ancora al governo direbbe che sono un gufo. Magari è così e tra un paio d'anni meriterò di finire impagliato. Ma non posso salire su un carro se la strada che imbocca la ritengo pericolosa. Anche se quello è il carro dei vincitori. Preferisco invitare alla ragione e alla prudenza più che festeggiare l'Eden sotto il balcone o alzare i calici sul barcone di Di Maio.

raffaele.leone@mondadori.it

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