L’Italia in campo per spegnere l’incendio di Tripoli?

Il Governo e l’ENI si starebbero muovendo per domare le fiamme nel gigantesco deposito di carburante, ritrovando un ruolo in politica estera? Libia, il grande esodo

Gli incendi a Tripoli, vicino all'aereoporto – Credits: EPA/STR

Luciano Tirinnanzi

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 Lookout news

“Out of control” ieri era la frase più gettonata dai media internazionali per descrivere l’imponente incendio che è divampato presso un deposito d’idrocarburi intorno all’aeroporto di Tripoli, a 10 km dal centro città, e che ha preso fuoco dopo che un razzo ha colpito per errore un serbatoio di carburante.

 

Sfortunatamente, qui sono stoccati complessivamente “circa 15,5 milioni di galloni di petrolio e gasolio, e taniche potenzialmente esplosive di gas liquido” e un milione di litri solo nel deposito attualmente in fiamme, secondo Mohamed al-Harari, portavoce della Libia National Oil Company (NOC). Il sito di stoccaggio del carburante, che appartiene alla compagnia petrolifera e del gas Brega (sussidiaria della NOC libica), è l'hub principale per la distribuzione della benzina in città.

 

Sinora è stato impossibile anche per i vigili del fuoco - circa 100 uomini accorsi con 13 autopompe - operare in sicurezza nell’area e provvedere a circoscrivere le fiamme, il cui fumo s’innalza per una quindicina di metri sopra la città. Questo perché nella zona infuria una battaglia violentissima per il controllo dell'aeroporto di Tripoli.

 

Chi ha provocato l’incendio
A fronteggiarsi in quest’area sono le milizie di Zintan, città a sud di Tripoli, e le brigate della città di Misurata che si sono unite ad altre milizie vicine al Partito della Giustizia e Costruzione, un blocco politico-religioso vicino ai Fratelli Musulmani. Secondo la ricostruzione più attendibile, il razzo sarebbe stato sparato dalle forze di Misurata, guidate dall’ex parlamentare Salah Badi.

 

Ma altre fonti citano i membri della fazione islamista LROR (Libya Revolutionaries Operations Room): sarebbero loro che cercano di prendere il controllo dell'aeroporto, finito nelle mani della milizia Zintan dalla caduta di Gheddafi in poi. Costituitasi ufficialmente con il compito di proteggere la capitale, LROR è la forza di sicurezza destituita dal Parlamento dopo che i suoi membri rapirono nell’ottobre del 2013 l’allora primo ministro, Ali Zeidan. Oggi una sua costola opera a Bengasi.

 

In ogni caso, potremmo dire apertamente che si tratta di una battaglia tra bande, che sinora ha lasciato sul campo un centinaio di cadaveri e almeno 400 feriti e in cui l’esercito regolare non è coinvolto, essendo impegnato sul fronte di Bengasi, la capitale della Cirenaica.

 

Le ultime notizie non sono incoraggianti: sempre secondo il portavoce Mohamed al-Hrari, le fiamme si sarebbero estese a un secondo serbatoio e i pompieri “hanno lasciato definitivamente la zona a causa dei combattimenti”.

 

Il governo libico, per quanto instabile e minacciato dalla guerra civile in corso, ha lanciato un grido d’allarme al mondo, perché a Tripoli si profila “una catastrofe umanitaria e ambientale dalle conseguenze imprevedibili”.

 

Il ruolo dell’Italia

L’ufficio del primo ministro libico, nel fare appello “a tutte le parti per smettere di combattere e consentire agli esperti di mettere in atto con successo un piano per arrestare le fiamme il più presto possibile”, ha affermato anche che l’Italia ha offerto l’aiuto del governo di Roma per spegnere questo enorme incendio.

 

I tecnici del nostro governo, insieme alla compagnia petrolifera italiana ENI, si sarebbero attivati per aiutare Tripoli a spegnere l’incendio, dice la nota del governo libico, e Palazzo Chigi starebbe già lavorando per predisporre l’invio di un aereo con a bordo un team di esperti in questo genere di crisi.

 

Se confermata, la notizia dimostrerebbe che, una volta tanto, il nostro Paese è in prima linea in Libia e l’unico ad aver raccolto la richiesta del governo libico. Certo, la missione non è semplice e, anzi, richiederà misure eccezionali e forse necessiterà la copertura delle forze armate.

 

Il premier Renzi
Ad ogni modo, bisogna riconoscere che quando il premier italiano Matteo Renzi scrive su twitter “I gufi, le riforme, i conti non mi preoccupano. La Libia invece sì. Ma sembra impossibile parlare seriamente di politica estera” tutti i torti non li ha.

 

Il nostro Paese, avviluppato da sempre intorno a logiche provinciali e bandiere ideologiche che nulla hanno a che fare con la geopolitica, troverebbe vero conforto nel rilancio di una politica estera forte e decisa, come sembra essere quella che Renzi ha in mente.

 

In gioco non c’è solo un incendio, c’è un intero Paese che brucia. Anzi, un’intera regione, quella della Mezzaluna Fertile, che da Tripoli fino a Baghdad passando per Gaza, sprofonda in un abisso che presto o tardi ci riguarderà molto da vicino.

 

Cominciare a occuparsi concretamente della Libia - Paese dal quale hanno origine ad esempio quelle ondate migratorie di cui sempre più ci stupiamo con biasimo unanime, ma che non osiamo mai affrontare davvero in una logica internazionale - è un passo in avanti significativo e strategicamente azzeccato.

 

Un’Italia che guardi con determinazione all’estero, s’imponga anche in Europa (a buon intenditor…) e ritrovi un ruolo centrale nel Mediterraneo, suo naturale bacino d’influenza, non risolverà forse la crisi economica, ma la crisi di contenuti e di orizzonti del nostro Paese forse sì.

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