Kerry a Roma, una visita che non passerà alla storia

Arrivato ieri nella capitale, il segretario di Stato rischia di tornare a Washington con pochi risultati rilevanti

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Il segretario di Stato Usa, John Kerry – Credits: Mark Wilson/Getty Images

Rocco Bellantone

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Per Lookout news

Il segretario di Stato americano John Kerry e il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov si sono incontrati ieri a Villa Taverna, nella residenza dell’ambasciatore statunitense a Roma. Ma il loro diciassettesimo incontro del 2014, il primo dalle ultime sanzioni approvate dal Congresso di Washington contro Mosca, non passerà di certo alla storia per i risultati raggiunti.

Eppure nell’agenda del colloquio privato erano segnate le questioni più calde del panorama politico internazionale: la crisi nel sud-est dell’Ucraina, la guerra in Siria, il programma nucleare iraniano, il conflitto israelo-palestinese. Di fatto, però, le distanze che negli ultimi mesi hanno separato praticamente su tutto Stati Uniti e Russia sono rimaste tali, come dimostrano anche le dichiarazioni disgiunte rilasciate al termine dell’incontro. Perentorie quelle di Lavrov: “Quando si parla di rapporti bilaterali - si legge in una nota pubblicata sul profilo Facebook del ministero degli Esteri russo - il loro sviluppo è possibile solo sulla base dell’uguaglianza delle posizioni e se si curano degli interessi reciproci. Ogni tentativo di fare pressione sulla Russia, invece, non ha nessuna prospettiva”.

 La disputa più complessa resta quella in corso in Ucraina. Da un lato Lavrov è tornato a sottolineare la necessità che gli Stati Uniti si attengano agli accordi di tregua firmati a Minsk lo scorso 5 settembre dai rappresentanti del governo di Kiev e dai leader delle milizie ribelli filorusse. Il riferimento al patto di Minsk non è stato affatto casuale. Pochi giorni fa, infatti, il Congresso americano ha approvato un disegno di legge denominato “Ucraina Freedom Support Act”, attraverso cui verrà sottoposta alla firma del presidente Barack Obama la proposta di ulteriori sanzioni nei confronti di Mosca e la richiesta di un nuovo piano di aiuti dal valore di 350 miliardi di dollari, attraverso cui si intendono fornire altri armamenti all’esercito di Kiev, compresi missili anticarro.

 Se i presupposti americani per “risolvere” la crisi in Ucraina sono questi, i margini per il dialogo tra Kerry e Lavrov non potevano pertanto che essere limitati. E l’immagine della stretta di mano tra i comandanti delle milizie in conflitto, scattata questo fine settimana tra le macerie dell’aeroporto di Donetsk, è destinata a finire nel dimenticatoio delle buone intenzioni.

 Lo stallo nelle trattative chiama in causa direttamente anche l’Italia, e non solo per gli incontri che Kerry avrà nelle prossime ore prima con il presidente del consiglio Matteo Renzi e poi, a Parigi, con l’Alto rappresentante per la politica estera UE Federica Mogherini. Come ha dichiarato la settimana scorsa a Lookout News il presidente della Camera di Commercio Italo-Russia Rosario Alessandrello, la strategia delle sanzioni occidentali contro Mosca si sta gradualmente ritorcendo contro i Paesi dell’UE. E l’Italia sta pagando un prezzo carissimo, considerato che nel terzo trimestre del 2014 l’interscambio con la Russia è crollato del 17%, con ricadute pesanti soprattutto per i settori dell’agroalimentare e dell’abbigliamento e prospettive poco rassicuranti sul fronte degli approvvigionamenti energetici (vedi South Stream).

 

La questione palestinese
Kerry spera di ottenere risultati migliori negli incontri che lo vedranno protagonista nelle prossime 48 ore sul tema della questione israelo-palestinese: oggi, come detto, a Roma con il premier Renzi e con il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu; successivamente a Parigi con i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Regno Unito e con la Mogherini; domani, infine, a Londra con il capo dei negoziati della Palestina, Saeb Erakat, e con il segretario generale della Lega Araba, Nabil Elaraby.

 L’obiettivo di Kerry è avere chiara la posizione dei Paesi europei e arabi in vista del 17 dicembre, giorno in cui il Consiglio di Sicurezza dell’ONU dovrebbe votare la risoluzione presentata dalla Giordania per chiedere il ritiro di Israele dalla Cisgiordania entro il novembre del 2016.

 Francia, Regno Unito e Germania stanno preparando una risoluzione alternativa, che invece richiederebbe un ritorno ai negoziati finalizzato al riconoscimento dello Stato Palestinese. Considerato che l’alleanza tra Parigi, Londra e Berlino potrebbe rivelarsi fondamentale al voto in programma al Palazzo di Vetro, Kerry dovrà calibrare nei minimi dettagli la posizione di Washington per non incrinare ulteriormente i rapporti con Tel Aviv.

 Questi equilibrismi rischiano però di frantumarsi di fronte alla presa di posizione di Netanyahu, il quale nelle ultime ore ha respinto in maniera categorica il ritiro da Gerusalemme Est e dalla Cisgiordania entro i prossimi due anni. Un passo indietro rispetto ai confini stabiliti dagli accordi del 1967, ha spigato il premier israeliano, significherebbe permettere agli “estremisti islamici di avvicinarsi alla periferia di Tel Aviv e al cuore di Gerusalemme”. Con la campagna elettorale già nel vivo (in Israele si tornerà alle urne il 17 marzo), aspettarsi toni più concilianti da Netanyahu era d’altronde difficile.

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