Italicum, Quirinale, decreto fiscale: è guerra in casa Pd
ANSA/MASSIMO PERCOSSI
Italicum, Quirinale, decreto fiscale: è guerra in casa Pd
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Italicum, Quirinale, decreto fiscale: è guerra in casa Pd

Le critiche sulla legge elettorale e l'accusa a Renzi di voler fare favori a Berlusconi agitano il partito del premier

Sarà un gennaio sulle montagne russe, quindi - è l'invito del premier Matteo Renzi ai suoi ma anche a tutti gli altri - "allacciate le cinture". Tra Italicum, riforma del Senato e Quirinale bisognerà infatti tenersi forte. E se si fermano le riforme - è la minaccia - "la legislatura è fallita", tutti a casa.

Si parte con la legge elettorale che dovrebbe entrare in vigore, come confermato anche ieri dal ministro per le Riforme Maria Elena Boschi, nel 2016 (il mese è ancora imprecisato) per avere il tempo di varare anche la fine del bicameralismo perfetto. Come chiesto da Lega e Forza Italia ci sarà dunque la cosiddetta clausola di salvaguardia, che serve a evitare che si vada a votare con una legge elettorale studiata per un Parlamento monocamerale mentre è ancora in vita il Senato elettivo.

Riforma elettorale: conto alla rovescia per il voto finale

Il termine per la discussione generale al Senato è stato fissato alla metà della prossima settimana, poi il voto sugli emendamenti e quello finale intorno al 16 gennaio. Dopodiché il testo profondamente modificato (premio di maggioranza alla lista che ottiene il 40% al primo al secondo turno anche se Forza Italia spera ancora che si possa tornare alla coalizione, capilista bloccati e gli altri candidati eletti con le preferenze, il 3% di sbarramento per tutti e possibilità per i capilista di essere candidati in massimo 10 collegi) tornerà alla Camera per il via libera definitivo.

Ma mentre le opposizioni hanno fatto un passo indietro (Roberto Calderoli ha ritirato la sospensiva, stop anche a quella dei 5 Stelle e alle pregiudiziali), in casa Pd si continua a discutere. La minoranza dem fa ancora resistenza sui capilista bloccati. Paventa un Parlamento di nominati. Soprattutto dai piccoli partiti che eleggeranno solo i capilista decisi dall'alto. Esplicita il sospetto che a giovarsene sarà il solito Silvio Berlusconi, che così potrà piazzare in Aula solo i suoi fedelissimi. Ma sotto sotto teme che saranno soprattutto loro a pagare la resistenza a Matteo Renzi.

L'incognita del Colle

C'è poi il capitolo Quirinale. Nella minoranza Pd resta il sospetto che la norma inserita nel decreto fiscale (l'articolo 19 bis) che stabilisce una soglia di non punibilità se la cifra evasa non supera il 3% dell'imponibile dichiarato, e per questo ribattezzata "Salva Berlusconi" perché consentirebbe l'estinzione della condanna per frode fiscale nel processo sui diritti tv Mediaset, facendo cadere il presupposto dell'incandidabilità del Cavaliere sancita dalla legge Severino, sia un favore fatto proprio al capo di Forza Italia in cambio del suo via libera sul nome del prossimo inquilino del Colle.

Matteo Renzi, che ieri si è assunto la paternità della norma ("la manina è la mia"), lo ha escluso assicurando che Berlusconi sconterà per intero la sua pena, ma i suoi gli contestano la scelta di rinviare la discussione e le eventuali modifiche al 20 febbraio, ossia una volta conclusa la partita sul Quirinale. "Ennesima data e ennesimo rinvio per il governo dell’accelerare - attacca Pippo Civati - Per fugare ogni dubbio, è proprio la decisione più sbagliata".

Resta, insomma, il sospetto di uno scambio che, nel segreto dell'urna, i suoi potrebbero fargli pagare. Se finora il premier aveva potuto contare almeno sull'ala dialogante della sua minoranza, quella di Bersani, Speranza e dello stesso Cuperlo, adesso anche questi ultimi potrebbero ricompattarsi con i frondisti duri e puri alla Fassina, Civati (che chiede per il Colle un nome di sinistra "altrimenti non lo voto"), Boccia e D'Attorre per mettere i bastoni tra le ruote del patto del Nazareno.

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