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Ma molti italiani non vogliono andarsene dalla Libia

La presa di Sirte da parte dei miliziani Isis e la chiusura dell'ambasciata a Tripoli. La parola al n. °1 della Camera di Commercio Italo-Libica

Nessuno si era fatto illusioni sulla ripresa dei negoziati di pace a Ghadames. L’annuncio dell'ambasciata italiana a Tripoli, che ha rinnovato l’invito a lasciare il Paese ai connazionali presenti in Libia, conferma quanto sia drammatica la situazione dopo la presa di Sirte da parte dei miliziani del Daesh. 

I quali - secondo le informazioni di cui siamo in possesso - avrebbero fatto irruzione nelle sedi delle tv e delle radio locali, da dove hanno poi trasmesso i discorsi del Califfo Abu Bakr al-Baghdadi e del suo portavoce Abu Muhammad al-Adnani. Situata 450 chilometri a est di Tripoli, Sirte è insieme a Derna una delle roccaforti islamiste in Libia. L'ipotesi di un intervento militare occidentale, per evitare il rischio di un nuova Somalia alle porte meridionali dell'Europa, non è più impensabile. Lookout News ha chiesto un parere sulla situazione degli italiani presenti in Libia al presidente della Camera di Commercio Italo-Libica Gianfranco Damiano.

 

Che rischi corrono gli italiani che si trovano in questo momento in Libia?
Molti degli italiani che si trovano in Libia in questo momento, e che ho sentito nelle ultime ore, mi hanno confermato che non intendono lasciare il Paese. Hanno delle attività in corso. Che l’ambasciata dovesse attenuare la sua presenza a Tripoli è cosa di cui si parla già da un mese. Il rinnovo dell’invito è giusto ma molto prudenziale.

 Come valuta la possibilità che i miliziani dello Stato Islamico raggiungano effettivamente Tripoli?
La situazione sul piano militare è molto frammentata e non così lineare come potrebbe apparire da fuori. Ci sono decine di gruppi armati che operano autonomamente e in molti casi non c’è alcun coordinamento tra loro. Non credo che la situazione imploderà da un momento all’altro, e questo mi è stato confermato da chi ha deciso di continuare a stare lì. E allo stesso modo non credo che né ISIS né Al Qaeda, nonostante abbiano guadagnato terreno in questi mesi in Libia, possano prendere il sopravvento.

 

La ripresa dei negoziati a Ghadames tra islamisti e liberali non sembra però aver sortito alcun effetto?
La sensazione che ho percepito parlando con italiani e libici è che invece i negoziati a Ginevra prima e Ghadames poi abbiano prodotto dei passi avanti. In molte città della Libia la situazione è al collasso: manca la benzina, la corrente va via e poi ritorna per poche ore al giorno, le banche sono chiuse, mancano prodotti alimentari. Il momento è delicato. Speriamo però che prevalga il senso di responsabilità in chi sta negoziando. A Tripoli così come a Misurata gli islamisti moderati si stanno dimostrando disponibili a trovare una soluzione il più condivisa possibile.

 

L’Italia cosa può e deve fare per affrontare questa situazione?
Sarebbe opportuno che il governo italiano non considerasse la Libia solo per il problema dell’immigrazione. È una questione che riguarda direttamente il nostro Paese per molti altri motivi, dalla sicurezza all’economia. È necessario pertanto avere un ruolo più incisivo. Solo così si potrà impedire un’ulteriore degenerazione di questa crisi.

Non credo che né ISIS né Al Qaeda, nonostante abbiano guadagnato terreno in questi mesi in Libia, possano prendere il sopravvento

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È arrivato nel porto di Augusta il catamarano con a bordo gli italiani evacuati dalla Libia, 16 febbraio 2015. ANSA/ORIETTA SCARDINO
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