Israele, il nucleare e la sindrome di Cassandra
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Israele, il nucleare e la sindrome di Cassandra
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Israele, il nucleare e la sindrome di Cassandra

Il presidente Hassan Rouhani è l’uomo che avvicinerà l’Iran a Israele o il cavallo di Troia dei nostri tempi?

by LookOut News

Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, si sente sempre più solo. Mentre ieri sul lago di Ginevra l’Iran presentava agli stati membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU più la Germania (il cosiddetto P5+1) la proposta di acquiescenza sul programma nucleare di Teheran, Israele era lontano, non solo fisicamente, e livoroso per via di quelle posizioni in apparenza così concilianti ma, nella sostanza, assai fumose. 

Quello che il quotidiano israeliano ‘Haaertz’ già un mese fa chiamava il “Cassandra’s moment” ovvero il momento in cui il Paese si sente come la Cassandra omerica che, pur prevedendo disastri futuri (la caduta di Troia ieri e quella di Israele oggi), non viene ascoltata, è proprio il sentimento che va per la maggiore tra i membri del gabinetto di Tel Aviv, che vede nel nuovo presidente il suo personale “cavallo di Troia”.

Teheran, da parte sua, dall’elezione di Hassan Rouhani in poi ha contribuito a svelenire non poco il clima internazionale: sin dalla comparsa del presidente - un uomo di fede che ha il dono di parlare con pacatezza e che fa della diversità con il predecessore, Mahmoud Ahmadinejad, il segno distintivo della sua presidenza - l’obiettivo centrale per Teheran è stato quello di creare un nuovo approccio e aprirsi al dialogo con il resto del mondo. 

Un dialogo volto a uno scopo preciso: allentare l’embargo, per evitare di trascinare il Paese sotto la soglia di povertà e garantire, così, la sopravvivenza delle sue istituzioni. Ma, per far questo, l’Iran aveva e ha tuttora estrema necessità di accreditarsi come interlocutore affidabile a livello internazionale. Deve, insomma, segnare una linea di demarcazione con il recente passato, quando il linguaggio violento che tutti conosciamo, aveva preso il sopravvento su qualsivoglia trattativa internazionale.

- L’eredità di Ahmadinejad

L’ex presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad (in carica dal 2005 al 2013), aveva fatto delle aggressioni verbali il tratto distintivo della sua presidenza: così, se affermazioni riferite a Israele come “tumore maligno che sarà presto distrutto” non potevano portare l’Iran da nessuna parte, oggi invece le parole diametralmente opposte di Rouhani - come “l’Olocausto c’è stato ed è stato un crimine riprovevole e condannabile” o come “Vorrei dire al popolo americano, che porto pace e amicizia dagli iraniani agli americani” - dimostrano che il nuovo vocabolario iraniano è radicalmente modificato.

La rottura con il passato è evidente. Ma essa può dirsi reale o è soltanto marketing politico? Nessun leader iraniano sa districarsi meglio del presidente Rouhani tra le maglie della diplomazia a trazione occidentale. E rimarrà nella storia la sua telefonata con il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, un fatto inedito da generazioni.

Ciò detto, tutti sappiamo bene che la diplomazia porta sempre con sé una quota d’ipocrisia e di mera convenienza. Ed è sin troppo evidente che il governo degli Ayatollah - di cui il presidente è espressione diretta - hanno solo di che guadagnare dal dialogo: in prospettiva, infatti, rinegoziare accordi che consentano all’economia iraniana di respirare e tornare in salute (l’embargo, presto o tardi, schiaccerà le possibilità di ripresa economica del Paese) valgono bene un nuovo corso all’insegna della moderazione. 

Così, non a caso il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, discute a Ginevra direttamente in inglese e senza bisogno di traduzioni. E non a caso per la sua presentazione usa gli strumenti cari all’Ovest (un Power Point dal titolo suadente “Fine di una crisi non necessaria, inizio di nuovi orizzonti”, come ci si aspetterebbe da un amministratore delegato di un’azienda europea o americana). Il calcolo politico è evidente, dunque, e la cornice ben chiara.

- I dubbi di Israele 

È l’orizzonte, piuttosto, a non essere noto. Ieri, una serie di affermazioni opposte sono rimbalzate dal Medio Oriente agli Stati Uniti, proprio in relazione al nucleare. Dalle parti di Teheran si è affermato che “la nostra red line è la fuoriuscita dell’uranio dal Paese”, con ciò intendendo che non ci sarebbe stato nessun passo indietro sull’arricchimento dell’uranio e frenando bruscamente chi paventava la possibilità che il processo di arricchimento si svolgesse all’estero (sulla fattibilità di tale operazione, poi, si può discutere).

Ad ogni modo, oggi si è giunti a più miti consigli e, dopo un giro di smentite, la polemica sul tema è rientrata. Quel Power Point, però, rimane. Il punto è che esso è talmente fumoso che non chiarisce niente circa la road map che dovrebbe deviare la strada verso il nucleare intrapresa dalla Repubblica Islamica.

Ed è proprio quello che Israele teme di più. Dilatare i tempi di una decisione, ne è convinto il governo, non farà altro che consentire a Teheran di raggiungere nel silenzio dei suoi sotterranei il solo obiettivo che persegue l’Iran: confezionare la prima bomba atomica. 

Secondo la vecchia scuola, infatti, la bomba nucleare nelle mani di un Paese è la sola leva internazionale in grado di condizionare la politica estera di una nazione e la sola capace di portare risultati vantaggiosi. Insomma, lo strumento della minaccia sarebbe ancora il più efficace strumento di persuasione (vedi la Corea del Nord che, grazie alle minacce, è ancora in piedi nonostante un embargo e un’economia disastrata).

- La Cassandra del Medio Oriente

Se ai tempi di Ahmadinejad la galvanizzazione sul tema della minaccia nucleare iraniana era quanto mai facile per Tel Aviv - che, grazie agli sproloqui del presidente iraniano, non doveva sforzarsi di dimostrare la fondatezza delle proprie ragioni e l’esistenza di un pericolo manifesto -  oggi, invece, l’atteggiamento di Rouhani ha spiazzato il governo di Tel Aviv.

Ben venga un nuovo corso, ovviamente. Ma, ricorda il premier israeliano, tutto è ancora una scommessa e la soluzione in divenire. Ragion per cui, se Rouhani non si dimostrasse il nuovo Michail Gorbacev - come alcuni opinionisti israeliani vorrebbero il neo-presidente della Repubblica Islamica - si rischia di arrivare a vedere le carte di Teheran troppo tardi, quando ormai l'Iran avrà raggiunto il punto di non ritorno e confezionato una bomba che potrebbe cambiare gli equilibri mediorientali per sempre. A quel punto, cosa potrebbe fare Israele? A Netanyahu le scommesse non sono mai piaciute.

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