Israele e la doppia morale USA su Gaza

Washington esprime preoccupazione per il pugno di ferro israeliano, ma gli Stati Uniti non sembrano voler arrestare né questa né altre guerre

Un soldato israeliano vicino al suo carro armato – Credits: JACK GUEZ/AFP/Getty Images

Luciano Tirinnanzi

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per Lookout News

“Siamo estremamente preoccupati che le migliaia di palestinesi sfollati, sollecitati dall'esercito israeliano a evacuare le loro case, non siano al sicuro nei rifugi assegnati alle Nazioni Unite a Gaza. Inoltre, condanniamo i responsabili che nascondono armi nelle strutture delle Nazioni Unite a Gaza”. È quanto si legge in una dichiarazione di Bernadette Meehan, portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale del presidente degli Stati Uniti. 

Gli USA, a loro dire, sono “estremamente” preoccupati della situazione a Gaza. Anche se trascurano di biasimare Israele, anche se trascurano di biasimare Hamas. Anche se non erano tanto preoccupati quando loro lanciavano bombe al fosforo su Tikrit e Falluja, senza che alcun missile fosse stato lanciato dall’Iraq contro Washington.

Sono così angosciati che hanno appena dato a Israele pieno accesso alle scorte di nuove armi e munizioni di proprietà americana, che si trovano all’interno del territorio israeliano. Funzionari del Pentagono hanno confermato che gli Stati Uniti onoreranno la richiesta di Tel Aviv per lo sfruttamento di diversi tipi di munizioni e numerose altre scorte obsolescenti.

Si tratta di armi stoccate in territorio israeliano già da tempo, facenti parte di un più ampio programma militare chiamato WRSA-I, acronimo di “War Reserves Stock Allies-Israel”, che consente la gestione di un deposito strategico in capo allo United States European Command (EUCOM) - il comando militare americano in Europa - per le situazioni di emergenza nella regione.

- L’accordo di cooperazione strategica USA-Israele

Il programma rientra nell’accordo di “cooperazione strategica” che fu siglato già nel 1980 tra i due Paesi alleati e che prevedeva lo stoccaggio d’ingenti quantità di armamenti in basi militari israeliane e il loro utilizzo in tempi di guerra. 

A partire da quella data, gli Stati Uniti diedero il proprio assenso alle Forze di Difesa Israeliane per l’uso concordato delle riserve. Cosa che avvenne, ad esempio, durante la seconda guerra del Libano nel 2006, secondo un rapporto del Congresso americano, citato dal network israeliano Arutz Sheva. 

La santabarbara USA conterrebbe missili, mezzi corazzati, munizioni e pezzi d’artiglieria. Può essere usata “dagli Stati Uniti e, con il permesso americano, anche da Israele nelle situazioni di emergenza” ed è passata in pochi anni da un valore di 100 milioni di dollari a oltre 800 milioni nel 2012. 

Nel 2010, inoltre, un emendamento del Congresso americano estese il potere del presidente degli Stati Uniti nel disporre il trasferimento e lo stoccaggio in Israele di un surplus di armi per la difesa che, da emendamento, aumentava il loro valore fino a 1,12 miliardi di dollari.

Israele, tuttavia, non ha parlato di una situazione d’emergenza quando ha formalizzato la richiesta al Pentagono. Cosa che sarebbe avvenuta circa 10 giorni fa, secondo un funzionario anonimo della difesa USA citato dalla CNN. L’ambasciata israeliana a Washington non ha voluto fare commenti in merito.

- Nuove armi e truppe per Israele

Al Campidoglio, intanto, sembra che i legislatori statunitensi stiano lavorando in questi giorni per approvare finanziamenti supplementari destinati a Tel Aviv, del valore di 225 milioni di dollari, e finalizzati allo scudo missilistico di difesa “Iron Dome”, l’ultratecnologico sistema di difesa missilistica, che sinora è stato capace di intercettare oltre il 90% dei razzi sparati da Hamas sulle città israeliane.

L’aumento delle forniture americane si spiega con l’intensificarsi delle ostilità intorno a Gaza poiché, parola del premier Bejamin Netanyahu, “la guerra è ancora lunga”. E c’è da credergli: è notizia recentissima che l’IDF (Israel Defence Forces) abbia richiamato altri 16mila riservisti, portando così a 86mila le truppe pronte a essere schierate sul campo. Anche perché, con il protrarsi delle operazioni, non è possibile escludere un coinvolgimento di altri attori e l’apertura di nuovi fronti di guerra, come quello libanese e siriano. 

Se, infatti, il raggiungimento di un obiettivo dichiarato - il disarmo totale di Hamas e la distruzione dei tunnel - non sarà raggiunto in tempi certi, il rischio è quello di veder precipitare l’intero Medio Oriente in una guerra regionale (peraltro già in corso in altri Paesi) che LookOut News ha definito la “Guerra dei Trent’anni” dell’Islam.

La politica USA in Medio Oriente

Israele sa benissimo che, stavolta, gli Stati Uniti non appoggeranno apertamente il governo Netanyahu, né in sede delle Nazioni Unite né in altra sede. Allora conviene essere pratici e onorare gli accordi militari in essere, lasciando che l’opinione pubblica si scandalizzi per la violenza con cui Tel Aviv conduce questa guerra ma senza che la Casa Bianca si esponga eccessivamente, visto che vi sono altre battaglie geopolitiche da gestire, in primis quella sul fronte europeo contro la Russia.

Beninteso, il rapporto di amicizia tra Stati Uniti e Israele resta di ferro e i due alleati hanno tutto il diritto di aiutarsi reciprocamente in situazioni di conflitto, come quello in atto. 

Tuttavia, stride il biasimo con cui gli Stati Uniti, da una parte s’indignano per le bombe che piovono sulla Striscia di Gaza - secondo il Ministero della Salute di Gaza, sono 1.346 i palestinesi uccisi, in gran parte civili, da quando Israele ha lanciato l’offensiva “Protective Edge” l'8 luglio - e dall’altra alimentano la maggior parte dei conflitti in corso nel resto del pianeta. 

In Ucraina, ad esempio, dove Washington prima ha inviato contractor privati e consiglieri militari nel Donbass e poi ha stabilito, attraverso la NATO, il dispiegamento di nuovi sistemi missilistici e truppe ai confini orientali dell’Europa. 

Oppure in Siria, dove ai ribelli che combattono Assad sono state consegnate recentemente armi made in USA come il sistema missilistico anticarro BGM-71 TOW che, pur superato, è ancora in grado di alterare i rapporti di forza sul campo. 

O in Iraq, dove 5mila missili Hellfire stanno per essere consegnati al governo iracheno, per contrastare l’avanzata dello Stato Islamico, il cui leader, il Califfo Abu Bakr Al Baghdadi, semina orrore e morte con le sue truppe di miliziani sunniti. 

Quando gli USA nel marzo 2011 bombardarono la Libia di Gheddafi in appoggio a Francia e Regno Unito, solo nel primo giorno di guerra lanciarono ben 110 costosissimi missili Tomahawk, bruciando in poche ore oltre 50 milioni di dollari. Con quali risultati, lo abbiamo visto. Oggi, invece, la nuova dottrina neo-isolazionista americana sembra preferire il passare all’incasso e lasciare che siano gli altri a farsi la guerra, purché con le armi USA.

Così, mentre la guerra di Gaza scandalizza e scuote gli animi dei benpensanti in Occidente, tutte queste altre guerre - dove i morti sono infinitamente di più - possono tranquillamente proliferare e sembrano non interessare quasi a nessuno. 

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