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Intercettazioni: un saggio denuncia tutti gli abusi

Mentre si torna a discutere di riforma della giustizia, si scopre che le intercettazioni sono costate 1,3 miliardi in 5 anni. E un libro curato dal giurista Giuseppe Di Federico analizza tutte le anomalie nell'uso dello strumento

Un miliardo e 300 milioni di euro in cinque anni: tanto sono costate le intercettazioni agli italiani. Bisognerebbe tenere conto anche di questa cifra, nel momento in cui il governo Renzi annuncia di voler affrontare la riforma della giustizia. Il tema non appare fra i 12 che il ministro Andrea Orlando ha elencato come capisaldi del suo progetto. Eppure, nemmeno fossero un convitato di pietra, proprio sulle intercettazioni si è già scatenata una battaglia a distanza. Michele Vietti, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, chiede l'introduzione di un «filtro» preventivo per fare in modo che le intercettazioni irrilevanti dal punto di vista penale, così come quelle che coinvolgono indebitamente terze persone non indagate, non arrivino ad avere carattere di pubblicabilità. Ma subito Gian Carlo Caselli, per anni procuratore torinese, censura la pretesa di Vietti: «Tutto ciò che serve al processo deve essere pubblico».

La disputa è antica: nasce più o meno nel 1992, quando all'inizio di Tangentopoli la Procura di Milano stabilì, in modo al contempo autoritativo e strumentale, che ogni documento giudiziario che finiva sul tavolo del giudice delle indagini preliminari entrava in quello stesso istante nella disponibilità del difensore dell'indagato, e quindi da quel momento era legittimamente pubblicabile dai giornali

Da allora, chi ha tentato di porre rimedio alla «regola ambrosiana» ha fatto una brutta fine. Sono state molte le vittime illustri dei vari tentativi di riforma: come Clemente Mastella, il Guardasigilli del centrosinistra che fu eliminato per via mediatico-giudiziaria non appena cercò di porre mano proprio al tema delle intercettazioni. Non parliamo del centrodestra, che già a partire dal 1994 cercò inutilmente di porre un freno al dilagare delle sbobinature sui giornali. Rimediando sonore bocciature: dalla magistratura sindacalizzata e dagli organi d'informazione più schierati a difesa delle sue prerogative. Eppure, che la pratica abbia qualcosa di profondamente sconcio, indegno per un paese civile, non lo dicono solo i berlusconiani: perfino magistrati come Ilda Boccassini, in un recente passato, hanno dichiarato la loro profonda avversione all'abuso giornalistico dello strumento. Eppure non si riesce a fare breccia nel muro. 

Ora, a confermare quanto di anomalo ci sia nell'impiego e soprattutto nella strumentalizzazione giornalistica delle intercettazioni, esce un importante saggio: «I diritti della difesa nel processo penale e la riforma della giustizia» (Cedam, 224 pagine, 22 euro). Firmato dal grande giurista bolognese Giuseppe Di Federico e da Michele Sapignoli, docente di Scienza politica a Bologna, il libro raccoglie i risultati di 1.265 interviste ad altrettanti penalisti italiani e meriterebbe davvero di finire sulla scrivania del ministro Orlando con una calda raccomandazione alla lettura. Perché molti dei risultati che escono dal lavoro sono a dir poco sconvolgenti.

Prendiamo proprio il tema delle intercettazioni, ad esempio. Il 52,1% degli avvocati intervistati ritiene che il loro uso da parte delle procure italiane sia «eccessivo»: il dato è in significativa, costante crescita rispetto alle precedenti rilevazioni, già condotte nel 1995 (allora il giudizio si limitava al 42,8% degli intervistati) e nel 2000 (il dato era salito al 48,7%). Il libro aggiunge che sempre secondo gli avvocati i giudici per le indagini preliminari, nei confronti dello strumento, sono in stragrande maggioranza pronti a concederlo ai pubblici ministeri: il 72,9%, secondo i penalisti, accoglie «sempre o quasi sempre» la richiesta, e il 72,1% accoglie sempre o quasi sempre la richiesta di una proroga nelle intercettazioni.

Si passa poi alla valutazione delle anomalie, se non proprio alle gravi violazioni di legge. Il codice di procedura penale, infatti, prevede che i dialoghi tra indagato e difensore siano tutelati e non possano essere intercettati. E invece il 28,9% dei penalisti dichiara che questa violazione avviene «sempre o di frequente»: il problema, insomma, riguarda quasi un avvocato su tre! E aggiungono che oltre all'intercettazione il pm abbia disposto perfino la sua trascrizione. Il fenomeno emerge con più frequenza nelle grandi sedi giudiziarie (il 31,2% dei casi).

Quanto alla pubblicabilità delle intercettazioni e di altri documenti coperti dal segreto d'indagine, il saggio (che è una vera miniera di informazioni, tanto che torneremo a parlarne) aggiunge che i penalisti sono convinti, nel 64,6% dei casi, che le norme a tutela del medesimo segreto siano «adeguate, ma vanificate dagli operatori della giustizia e dell'informazione». E un altro 26,8% ritiene che le norme siano inadeguate. Questi dati, uniti alla risposta alla domanda su «chi gestisce i rapporti con la stampa» nelle procure, è fondamentale per capire da che parte provengano le violazioni: la risposta degli avvocati è univoca, il 66,2% indica come fonte «il pm che si occupa del caso».

I rimedi alle violazioni? Le risposte sono varie: il 15,7% dei penalisti crede che servano pene più severe per chi divulga segreti d'ufficio. Il 66,9% degli intervistati ritiene invece che vada perseguito «davvero» il reato di rivelazione di segreto d'ufficio. Il 14,5% crede che basterebbe vietare la pubblicazione del nome del pm, in evidente ricerca di notorietà e di consenso. Curiosamente, la quota di chi ritiene che questa soluzione sia utile cresce con il crescere dell'età degli avvocati: chi tra loro ha più di 60 anni è convinto che evitare di scrivere l'identità del pm sarebbe sufficiente a scoraggiare le violazioni sale al 22%.

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