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Intercettazioni, un problema politico ed economico

Lo scorso anno si è speso mezzo miliardo di euro; ecco come si può risparmiare

Basta il recupero di un progetto di legge rimasto sospeso tra la sedicesima e diciassettesima legislatura e (forse con qualche spinta polemica di troppo) torna alta la polemica sulle intercettazioni. Ora si torna a parlare di legge bavaglio, il centrosinistra va all’attacco, il segretario del Pd Guglielmo Epifani addirittura minaccia la crisi di governo.

Al di là delle questioni più strettamente politiche e inevitabilmente opinabili, legate all’opportunità che le intercettzioni vengano pubblicate sui giornali prima del processo, con evidenti controindicazioni sui diritti della difesa e di quanti vengono indebitamente coinvolti, le intercettazioni in Italia rappresentano anche un problema economico. Sui 7,5 miliardi di euro che fanno parte del bilancio medio annuo del ministero della Giustizia, le sole intercettazioni pesano infatti da 450 a 500 milioni. L’ex ministro Paola Severino aveva scoperto, un anno fa, che noleggiando direttamente e in un’unica soluzione macchine, software e personale, si risparmierebbero circa 200 milioni.

L’idea non è propriamente nuova. Nel 2004 l’aveva messa in pratica per prima la procura di Bolzano, all’epoca guidata dal procuratore Cuno Tarfusser (oggi vicepresidente della Corte penale dell’Aja). «Avevamo rapporti con più ditte e i costi erano fuori controllo» dice Tarfusser. Così si era deciso di razionalizzare: preventivi, selezione delle aziende che proponevano tecnologie più avanzate, rapporto costi-benefici. E la scelta di un solo interlocutore. Risultati? «La qualità delle intercettazioni si stabilizzò verso l’alto e il loro costo in tre anni passò da una media di 100 euro al giorno ad appena 17 per ogni utenza intercettata». In totale? Altro che dimezzamento: da 1 milione e 127 mila euro spesi nel 2003 a 350 mila nel 2006. Se volesse, il nuovo Guardasigilli Anna Maria Cancellieri potrebbe chiamare Tarfusser come consulente…

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