Ingroia come Pasolini? Lasciamo perdere
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Ingroia come Pasolini? Lasciamo perdere

Si chiama Io so, come il famoso j'accuse dello scrittore, il nuovo libro del pm palermitano. Il titolo è bello, il testo chissà...

S’intitola «Io so», ed è il nuovo libro di Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo in aspettativa. Ingroia l’ha appena scritto con due cronisti di giudiziaria del Fatto quotidiano, per presentarlo è tornato in Italia con un volo intercontinentale dal Guatemala, dove da qualche settimana si è trasferito per un incarico dell’Onu.

Il titolo è bello. Il libro ancora non si sa. Secondo i suoi autori, racconta «le stragi e le bombe del ’92-93, la nascita della seconda Repubblica, la corruzione come sistema, l’attacco alla Costituzione e alla magistratura, la debolezza della sinistra, le indagini sulla trattativa, il conflitto con il Quirinale». Racconta anche «20 anni di berlusconismo e la difficoltà di ricostruire la verità sui rapporti tra mafia e Stato». Nella prefazione, Ingroia raccomanda ai lettori «di non fidarsi delle ricostruzioni distorte delle indagini sulla trattativa. Sarà un processo foriero di tensioni: guardate ai fatti, non alle versioni delle parti in causa. E lo stesso chiedo ai giornalisti. Una parte del paese non vuole la verità sulle stragi, e mi stupirei del contrario: non la voleva 20 anni fa, non la vuole adesso».

Leggeremo. Intanto, si permetta una sola notazione, preventiva e polemica. Il 14 novembre 1974, sul Corriere della sera, comparve uno strepitoso articolo, intitolato proprio come il libro di Ingroia: Io so. L’attacco era sconvolgente e indignato, letterariamente perfetto, storicamente allucinato: «Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe". Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti».

L’autore dell’articolo era Pier Paolo Pasolini, lo scrittore. La sua verve polemica (e di parte) gli faceva allora indicare nella Dc la responsabile del degrado politico e morale del Paese, mentre il Pci era «la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto». Le cose erano un filo diverse da quella spaccatura manichea, oggi storicamente lo si può affermare.

Il punto è che Paolini terminava il suo famoso articolo con questa frase: «Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace».

Al contrario di Pasoini, Ingroia è un pubblico ministero. E qui è il punto. La sua polemica non può essere letteraria, culturale: perché è un magistrato, il rappresentante dell’accusa. E una sua inchiesta (giudiziaria) sulla presunta trattativa fra Stato e Cosa nostra è al vaglio di un giudice per le indagini preliminari a Palermo, un giudice che presto dovrà decidere su 12 rinvii a giudizio. La sua polemica diventa poi propaganda nel momento in cui si gioca (con infinite ambiguità) sulla possibile candidatura del medesimo Ingroia alle prossime elezioni politiche, come guida di un movimento colorato di arancio e di giustizialismo. Ecco, è questa confusione di ruoli che fa male all’Italia. Ci vorrebbe un nuovo Pasolini…

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