In Iraq il fantasma di Saddam

A 10 anni dall’invasione il paese è martoriato dagli attentati. E, mentre cresce la nostalgia del partito Baath, torna a sventolare il vessillo dei tempi del dittatore.

Credits: Mohammed Jalil/Epa

Fausto Biloslavo

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Dieci anni dopo l’invasione militare del 20 marzo 2003, in Iraq la guerra confessionale cova ancora sotto le ceneri dei bombardamenti alleati. Non solo: alimentate dal conflitto nella confinante Siria, le divisioni settarie sono in aumento. E sono ripresi anche gli attentati di Al Qaeda. L’escalation è inquietante. Il 9 dicembre una bomba uccide un miliziano anti Al Qaeda, il suo bambino e un parente. Quattro giorni dopo un’autobomba fa 4 morti a Baghdad e una bomba uccide 2 soldati a Fallujah. Il 16 dicembre è la volta di 2 città del nord, dove muoiono 8 persone. Il giorno dopo bombardamenti contro minoranze etniche e pellegrini sciiti mietono 19 vittime. Il 22 dicembre un attentato a Baghdad provoca 4 morti. L’ultimo dell’anno finiscono nel mirino comunità sciite di una dozzina di città: 23 morti e 83 feriti. Il 2 gennaio muoiono sei persone in attacchi a Baghdad e nella provincia di Anbar. E il 7 gennaio le forze di sicurezza hanno sparato in aria per disperdere manifestanti disarmati a Mosul.

Gli sciiti governano con il premier Nouri al-Maliki, da più parti accusato di involuzione autoritaria. I sunniti protestano e, come i curdi nel nord, chiedono l’autonomia per la provincia di Anbar, dove si stanno riorganizzando cellule dello Stato islamico dell’Iraq (la costola di Al Qaeda che invia combattenti in Siria). Dopo l’infarto del presidente, il curdo Jalal Talabani, il premier sciita ha ordinato il giro di vite contro i sunniti. Il vicepresidente, Tareq al-Hashemi, fuggito all’estero, è stato condannato a morte per terrorismo. Nelle ultime manifestazioni sono anche rispuntate le bandiere irachene dell’epoca del dittatore Saddam Hussein: la nostalgia del partito Baath è forte.

Per contrastare al-Maliki, i curdi guidati da Masoud Barzani e i radicali sciiti di Moktada al-Sadr appoggiano le proteste. Per i sunniti è la «primavera dell’Iraq»: guidata, come in tutto il Medio Oriente, dal Partito iracheno islamico, costola dei Fratelli musulmani. Dopo la partenza dell’ultimo soldato Usa a fine 2011, l’influenza iraniana è sempre più evidente. E si teme che, dopo la caduta di Bashar al-Assad in Siria, l’Iraq ridiventi il campo di battaglia dello scontro regionale fra sciiti, sostenuti da Teheran, e sunniti, finanziati dai paesi del Golfo.

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