Cronaca

Terrorismo, ecco perché le espulsioni funzionano

Le norme volute da Salvini funzionano: nel 2018 i rimpatri sono stati 118, il doppio del 2015-2016. Ed è solo l'inizio

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Maurizio Tortorella

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A Mahmoud Jebali era bastato dichiararsi «l’imam del carcere di Padova». Alcuni mesi fa aveva estromesso con la forza chi, prima di lui, guidava la preghiera dei detenuti. A quel punto, nella prigione che lo ospitava dopo una condanna per rapina, il giovane tunisino s’era messo a propagandare la Jihad, la guerra santa islamica. Poi, per fortuna, gli agenti si sono insospettiti per certi suoi atteggiamenti aggressivi: l’hanno osservato, controllato e segnalato. Alla fine, è bastato che il prefetto decidesse che il recluso aveva «posto in essere comportamenti costituenti una minaccia concreta all’incolumità pubblica e alla sicurezza dello Stato». Un giudice ha messo un timbro sulla pratica, e lo scorso 10 gennaio Jebali è stato imbarcato su un volo per Tunisi, stretto fra due poliziotti della Digos. Adieu. È il primo caso del 2019, ma l’ultimo di una serie che di giorno in giorno continua ad allungarsi, la classica marea montante.

Nel 2018 le espulsioni ordinate «per motivi di prevenzione del terrorismo» sono state 118, un record storico. E nel 2017 (vedere il grafico a pagina 28) erano state 105, con un’accelerazione impressionante visto che il 2015 e il 2016 avevano segnato entrambi «appena» 66 allontanamenti coatti.

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L’impennata della statistica conferma che l’espulsione è un’arma che funziona, forse anche troppo bene. Varato nel 1998, modificato e potenziato più volte (l’ultima all’inizio del 2015, subito dopo i sanguinosi attentati jihadisti di Parigi), lo strumento è del resto molto più agile ed efficace rispetto a tutto l’armamentario penale tradizionale, e ha permesso all’Italia di allontanare in tempi rapidi soggetti sicuramente pericolosi.

Come si applica la misura

Le espulsioni riguardano solo cittadini stranieri, e possono essere di tre tipi.

C’è l’espulsione «per motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato», riservata al ministro dell’Interno, che ha il solo vincolo di una preventiva comunicazione al presidente del Consiglio e al ministro degli Esteri; può essere applicata a stranieri coinvolti in attività di spionaggio o di terrorismo, e chi viene colpito non può tornare in Italia per almeno dieci anni. C’è poi l’espulsione di chi si stia preparando a compiere «atti diretti a sovvertire l’ordinamento dello Stato con la commissione di reati contro l’incolumità pubblica o per finalità di terrorismo, anche internazionale»: questa seconda formula può essere ordinata da un prefetto, e se si applica a uno straniero già sottoposto a procedimento penale serve il nulla osta dell’autorità giudiziaria. Esattamente come nel caso di Jebali.

Negli ultimi mesi, in realtà, questo tipo di espulsione è stata utilizzata sempre più frequentemente proprio su detenuti stranieri che, come il tunisino, avevano manifestato segni di radicalizzazione in carcere: nel 2018 sono stati 41 gli espulsi fatti uscire da un carcere, quasi il 35 per cento. La terza formula di espulsione, introdotta nel 2015 dopo gli attentati di Parigi, permette invece ai prefetti di allontanare chi stia preparando, ma soprattutto chi si prepara «a prendere parte a un conflitto in territorio estero, a sostegno di un’organizzazione che persegue finalità terroristiche», per esempio i cosiddetti foreign fighters, i combattenti islamici che proprio nel 2015 correvano a frotte ad arruolarsi in Siria con l’Isis.

Le nuove norme

A queste tre formule, ormai consolidate, il Decreto sicurezza varato in novembre dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, poi confermato dal Parlamento ed entrato in vigore il 4 dicembre, ha aggiunto una quarta possibilità di espulsione: quella dello straniero che sia stato condannato anche soltanto in primo grado per una serie di reati gravi (rapina, violenza sessuale, spaccio di droga...). Basta la sentenza del tribunale, non servono il processo d’appello o la Corte di cassazione: a quel punto l’immigrato perde anche l’eventuale status di rifugiato politico, o il permesso di soggiorno per motivi umanitari, e viene immediatamente allontanato dai confini italiani.

Il primo caso concreto di applicazione della nuova legge risale al 18 novembre: Abdel Salem Napulsi, un palestinese condannato a quattro anni di reclusione per autoaddestramento con finalità di terrorismo, è stato colpito da provvedimento di espulsione. Lo stesso è avvenuto il 9 gennaio: tre immigrati dal Gambia, arrestati alla fine di novembre per spaccio di droga, sono stati condannati al termine di un processo per direttissima. E insieme con la lettura della sentenza il giudice ha dichiarato il nullaosta al loro immediato allontanamento dall’Italia.

Soprattutto dal Nord Africa

Nei tre anni compresi fra il 1° gennaio 2015 e il 31 dicembre scorso, su un totale di 325 espulsioni, più di un terzo 111 hanno riguardato cittadini marocchini, e 99 sono stati i tunisini: insieme, fanno il 64,6 per cento (vedere tabella a fianco). Seguono egiziani, albanesi e kosovari, poi pakistani e macedoni. Nella lista soltanto due Paesi europei di provenienza, la Francia con sei espulsi e la Romania con uno. Va ricordato però che in Francia l’immigrazione (soprattutto da Paesi islamici come Tunisia, Algeria e Marocco) è ormai arrivata alla seconda, se non alla terza generazione, e il tempo ha prodotto molti cittadini di origine straniera ma con passaporto francese. Da questo punto di vista, l’efficacia delle espulsioni dovrebbe far riflettere quanti in Italia sono favorevoli allo «ius soli», e alla concessione indiscriminata della cittadinanza a chi nasce su suolo italiano, qualsiasi sia la sua provenienza familiare.

Due difetti opposti

Certo, l’espulsione qualche serio difetto ce l’ha. Soprattutto da un punto di vista garantista. Il provvedimento, drastico com’è, si basa infatti esclusivamente sul sospetto, per quanto verosimile possa essere. A stabilire concretezza e verità delle accuse, infatti, non ci sono né tribunali, né processi veri e propri. Anche la condanna di primo grado, che per il Decreto sicurezza basta per cacciare un uomo, è ben lontana dalla sentenza definitiva che la Costituzione prescrive per stabilire la colpevolezza dell’imputato. E la difesa ha sempre e comunque le armi spuntate, perché è vero che gli avvocati possono fare opposizione al decreto di espulsione, ma soltanto davanti al Tribunale amministrativo regionale, e il loro ricorso non sospende il provvedimento. Tutto, però, è regolare e costituzionalmente corretto: perché la Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 22 novembre 1984 ammette la possibilità di espulsione dello straniero senza concedergli un pieno diritto di difesa, se l’espulsione viene eseguita «per interessi di ordine pubblico o da ragioni di sicurezza nazionale».

Ma l’espulsione ha un secondo difetto, filosoficamente opposto al primo: il rischio che, allontanando dai confini un possibile terrorista, lo si lasci comunque libero di colpire altrove. Non sempre, del resto, le espulsioni avvengono con la consegna del (presunto) jihadista nelle mani della polizia del suo Paese di provenienza. Spesso mancano accordi bilaterali di collaborazione, e allora accade che lo straniero venga semplicemente deposto oltre frontiera, con la sola minaccia di un nuovo arresto (e di una condanna a quattro anni di reclusione) se mai verrà ripescato in Italia. Un po’ pochino...
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