Politica

Roberto Formigoni, la prima lettera dal carcere

“La prigione non può dominarti”
. “Il carcere è un’occasione di sofferenza, ma anche di incontro, di dialogo, di riflessione”: così Roberto Formigoni scrive dalla sua cella al direttore di Tempi

Roberto Formigoni

Maurizio Tortorella

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“Questa situazione non può dominare né i miei giorni né i miei minuti”. “Mi hanno condannato, ma non decideranno del mio modo di reagire e di vivere, non inquineranno il mio cuore o il mio cervello”. La vita in carcere è durissima: spesso annebbia umanità e ragione; quasi sempre provoca depressione e annullamento dell’individualità. In certi casi, al contrario, viene vissuta con intelligenza, sentimento, desiderio di dialogo.
È così per Roberto Formigoni, ex parlamentare ed ex presidente della Regione Lombardia, dal 22 febbraio 2019 detenuto nel carcere milanese di Bollate perché condannato in via definitiva a 5 anni e 10 mesi di reclusione per corruzione. A Panorama, prima del giudizio di Cassazione, l’ex governatore aveva dichiarato di non avere paura di una condanna, per quanto ingiusta, e che avrebbe accolto la prigione come una specie di croce. Ora Formigoni, che si è sempre proclamato innocente, ha accolto la sentenza e la reclusione con senso religioso, e da più di tre mesi vive in cella.
Ecco, per gentile concessione di Emanuele Boffi, direttore del settimanale Tempi, la lettera che l’ex governatore gli ha scritto. È una lettura interessante e importante, che offre molti spunti di riflessione: sulle leggi penali prodotte dal populismo giudiziario grillino, ma soprattutto sulla vita in carcere e sull’umanità di chi vi è recluso.

Caro direttore,
mi chiedi di raccontare ai lettori di Tempi qualcosa del carcere, dopo oltre tre mesi di detenzione.
Cerco di mettere ordine in alcuni pensieri e in alcune esperienze e ti rispondo così: la mia condanna è stata pubblicamente definita dal professor Franco Coppi, il più grande penalista italiano, “una condanna senza colpa e senza prove”, per di più aggravata dalla cosiddetta legge “spazzacorrotti” di cinquestelle e Lega, entrata in vigore il 31 gennaio 2019 e applicata retroattivamente (!) nei miei confronti per presunti reati eventualmente compiuti nel 2011. Una legge che diversi tribunali si sono rifiutati di applicare, e nei confronti della quale il tribunale di Venezia per primo ha fatto ricorso alla Corte costituzionale perché ne dichiari la incostituzionalità.
Eppure mi è stato chiaro fin dal primo istante che questa situazione non poteva dominare né i miei giorni né i miei minuti. Hanno potuto condannarmi ma non hanno potuto decidere del mio modo di reagire e di vivere, non hanno potuto inquinare né il mio cuore né il mio cervello.
E dunque in galera, come ho imparato nella mia vita, vivo il presente istante per istante, e il presente è il luogo della presenza di un Altro, e ogni istante è un’occasione di sofferenza ma anche di incontro, di dialogo, di riflessione.
Tutto ciò ha destato qui una certa sorpresa, perché ci si aspetta che il detenuto, specie nei primi tempi, sia almeno un po’ provato, un po’ depresso, se non addirittura che mediti “intenti cattivi”, tant’è che per un certo periodo devi incontrare quotidianamente lo psicologo o lo psichiatra. E uno di questi un certo giorno mi ha fatto chiamare per domandarmi: “Ma lei si rende conto di dove è, di cosa le è successo, di come dovrà vivere?”. In realtà voleva chiedermi: “Ma lei è pazzo? Come fa a vivere così?”. Eppure anche qui si può vivere così.
E si può vivere così anche in rapporto agli altri detenuti e agli agenti di polizia penitenziaria. Ciascuno è una persona, ovviamente coi suoi problemi, a volte grandi o grandissimi, con una prospettiva di futuro pesante o incerta, con speranze che vanno e vengono. Ma con molti si può creare uno scambio, un riconoscimento, qualche forma di solidarietà.
Aggiungo che ciò che sto vivendo qui ha acuito la convinzione che il tempo non andrebbe mai sprecato. Al contrario di quel che si può pensare, in carcere il tempo è poco – almeno per me -, non tanto. Devi fare tutto ciò che è legato alla sopravvivenza quotidiana, devi sottoporti a pratiche burocratiche e tempi di attesa, devi compilare la “domandina” per ogni cosa (domandina, il diminutivo non è a caso, c’è in molti particolari un’implicita regressione infantile). Se vai in biblioteca a cercare un po’ di silenzio che non sempre c’è, ti chiamano in reparto per consegnarti la posta che viene aperta in tua presenza lettera per lettera, poi ritorni in biblioteca per essere di lì a poco richiamato per ritirare una raccomandata che ti viene consegnata in un luogo diverso appena una guardia è libera per accompagnarti, mentre la consegna dei pacchi è in un altro luogo ancora con un’altra trafila. E pure le medicine (che sono quelle che prendevo a casa, non ho nuovi malanni) le devo ritirare, una pastiglia al giorno, in tre momenti diversi.
Insomma, c’è un lungo periodo di detenzione ma poco tempo utile nella giornata. E dunque a maggior ragione il tempo non va sprecato. Se fossi fuori utilizzerei il tempo per “fare”, qui dentro lo sto utilizzando per studiare, testi classici e contemporanei, politica, economia, teologia.
E infine c’è il tempo per la corrispondenza: le lettere, le mail e i messaggi che per settimane mi sono arrivati a fiumi oggi hanno un po’ rallentato il ritmo, ma ogni giorno ci sono nuovi arrivi. È qualcosa di straordinario, che mi emoziona e mi sorprende ogni volta.
Alcune sono persone note, altre vivono nella grande compagnia di cui faccio parte anch’io, ma molte non le ho mai incontrato, e sono tante, tantissime. Come ho già scritto altre volte, il mio più grande cruccio è di non riuscire a rispondere che a pochi. Ma i messaggi li conservo tutti, ci sono storie grandi e piccole, piccole e grandi sofferenze, molte riflessioni a volte straordinarie di quello che oso ancora definire “il mio popolo”. È un tesoro, questo, che non hanno potuto né condannare né distruggere. E che porterò sempre con me.
Roberto Formigoni

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