Cronaca

La Procura di Roma insiste: processate l’ex pm Robledo

Il magistrato era stato prosciolto dal gip dall’accusa di vilipendio del Senato, dopo la denuncia di Gabriele Albertini. Ma non è detta l’ultima parola

Alfredo Robledo

Maurizio Tortorella

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L’11 gennaio era stato “graziato” dal giudice dell’udienza preliminare di Roma, Valerio Savo. Ma la Procura della Capitale non si arrende e insiste a chiedere il rinvio a giudizio per Alfredo Robledo.

Appena abbandonata la toga (alla fine di dicembre ha lasciato la Procura di Torino, dov’era pubblico ministero, ed è andato in pensione) l’ex magistrato, che anni fa era divenuto celebre per alcune inchieste anticorruzione e per la “guerra” aperta con l’ex procuratore di Milano, Alfredo Bruti Liberati, continua a rischiare un processo per l’accusa di vilipendio degli organi costituzionali.

Dall’ottobre 2016, infatti, Robledo è accusato di aver spedito a una serie di destinatari un messaggio dal telefonino contro una decisione della Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato. Nel messaggio, diffuso via Internet e via Whatsapp, Robledo contestava duramente la decisione appena presa dalla Giunta, che aveva votato No alla richiesta di processare l’ex senatore ed ex sindaco di Milano Gabriele Albertini.

Nel messaggio, si leggeva tra l’altro: “Si è inventata la bestialità della immunità retroattiva del senatore Albertini nel processo che lo vede imputato di calunnia ai miei danni”. Robledo definiva quella decisione “un abuso da casta bello e buono”, e chiedeva ai destinatari del messaggio di partecipare in massa a una sottoscrizione per opporsi al provvedimento della Giunta. Quel messaggio, però, era arrivato a qualcuno che lo aveva reso pubblico, tanto che Albertini ne aveva avuto notizia. Era così scattata una denuncia, arrivata al pm di Roma, Sergio Colaiocco.

L’11 gennaio scorso, arrivati finalmente dopo oltre due anni all’udienza preliminare che avrebbe dovuto imbastire il processo vero e proprio, il giudice Savo aveva stabilito di non dover rinviare a giudizio Robledo.

Ma la Procura di Roma ora torna alla carica, con un ricorso alla Corte d’appello: “Il giudice” vi si legge “ha erroneamente ritenuto che gli elementi di prova raccolti nel corso delle indagini abbiano una consistenza che li rende del tutto inidonei a sostenere l’accusa in giudizio”.

Il pm Colaiocco scrive letteralmente che il giudice Savo, nel caso Robledo, avrebbe sbagliato più volte. Il suo primo errore riguarda la “pubblicità” che secondo il giudice non avrebbe avuto il messaggio di Robledo. “Nel caso in esame” scrive Colaiocco “l’appello a firmare la petizione è per sua stessa natura rivolto a una pluralità indeterminata di persone, una circostanza avvalorata dal mezzo di diffusione, cioè la rete Internet”. Il pm conferma poi che “la diffusione, per opera diretta dell’imputato, è stata operata nei confronti di più persone”.

Il giudice aveva prosciolto Robledo per un secondo motivo, e cioè aveva ritenuto che non si configurasse il reato di vilipendio degli organi costituzionali: a suo dire, quel tipo di delitto può riguardare soltanto le due assemblee legislative, e non le loro articolazioni interne come la Giunta per le autorizzazioni a procedere. Il pm ribatte, al contrario, che “questa visione non rende giustizia alla circostanza che la Giunta (…) rientra in senso proprio e pieno nel Senato della Repubblica”.
Il terzo motivo addotto dal giudice per escludere il processo contro Robledo era stata l’asserita continenza delle frasi utilizzate dal magistrato nel suo messaggio. Ma anche su questo il pm Colaiocco ha argomenti di contestazione: “Appare a dir poco singolare” scrive “ritenere che rientri nel confine della continenza l’uso delle seguenti espressioni: “Non possono sguazzare nei loro privilegi, ricattare le istituzioni con la loro posizione e rimanere sempre impuniti””. Robledo aggiungeva altre espressioni, parlando di “crisi della democrazia”, di “voto di scambio, una cosa che fa orrore”.

La parola, adesso, passa alla Corte d’appello.

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